Non ci sono stati solo i Porcupine Tree. Nel corso della sua lunga carriera (le prime esperienze in studio di registrazione risalgono agli Anni Ottanta), Steven Wilson ha avuto all'attivo numerosi side-project, tra i quali i Blackfield (con il cantautore israeliano Aviv Geffen), gli Storm Corrosion (con Mikael Åkerfeldt degli Opeth), Bass Communion, gli I.E.M. (Incredible Expanding Mindfuck) e i No-Man (con il cantante Tim Bowness).
Solitamente Steven Wilson suona tutti gli strumenti e cura tutti gli aspetti tecnici inerenti al suono, alla programmazione e alla produzione. Fondamentale è la sua collaborazione con Lasse Hoile, grafico, regista e fotografo danese, da anni abilissimo nel tradurre in forma visiva le sue idee.
In veste di produttore, nel nuovo millennio il musicista inglese ha anche curato le versioni remix di numerosi album legati al rock progressivo, come In the Court of the Crimson King dei King Crimson, Emerson, Lake & Palmer, Aqualung dei Jethro Tull e Fragile e Close to the Edge degli Yes. E in studio è stato in grado di plasmare il sound di influenti band moderne, come gli Opeth.
Album da solista
2008Insurgentes
2011Grace for Drowning
2013The Raven That Refused to Sing (And Other Stories)
2015Hand. Cannot. Erase.
2017To the Bone
2021The Future Bites
Porcupine Tree
Il suo primo lavoro personale è Insurgentes, registrato tra gennaio e agosto 2008. (Belle a questo proposito sia l'edizione giapponese dell'album sia la "limited deluxe edition", che includono 4 tracce più una "hidden track".)
Collaborano qui il batterista Gavin Harrison (già con lui nei Porcupine Tree), Tony Levin al basso (Peter Gabriel, King Crimson) e Jordan Rudess (Dream Theater) alle tastiere. Fior fiore di nomi, dunque.
Steven Wilson menziona tra le proprie influenze musicali il post-punk e lo shoegaze e in particolare gruppi quali Joy Division, Killing Joke, The Flaming Lips, My Bloody Valentine e The Cure. Insurgentes è un disco difatti oscuro e a tratti misantropico, che cerca nell'infelicità, nella depressione, nella sofferenza l'acqua a cui abbeverarsi. Le radici prog-classiche vengono abbandonate forse definitivamente a favore del noise. Un omaggio al maestro Robert Fripp è "No Twilight Within the Court of the Sun", brano inserito a metà scaletta, molto crimsoniano già nel titolo. Con le sue fughe strumentali, è forse il migliore titolo dell’album, insieme all'eclettica e composita "Salvaging" (terza traccia).
Alcuni altri brani sono vicini al metal tagliente dei Porcupine Tree dell'ultimo periodo.
Tre anni dopo esce Grace for Drowing, dove Steven Wilson di nuovo, oltre a cantare, suona vari e numerosi strumenti (keyboards, guitars, autoharp, bass, piano, gong, glockenspiel, harmonium, percussion, programming) e si rende responsabile della produzione e del mixing.
Al momento dell'uscita di questo secondo lavoro sotto il proprio nome, il cantautore e musicista britannico è già, da oltre un decennio, una figura-chiave del neo-prog. Grace for Drowing trova alquanta risonanza su siti e magazines vari ancor prima di uscire, grazie ad anticipazioni quali files da scaricare, videoclips e la riproduzione della copertina (che è opera di Lasse Hoile). Come nel 'debut album', anche questo lavoro è una mistura di noise music, drone, minimalismo e improvvisazioni: una musica dalle mille sfaccettature. Il disco non è però un sequel di Insurgentes, bensì una reinvenzione, da parte di Wilson, della propria attività da solista. È un doppio album con ciascuna "metà" composta da quaranta minuti di musica e vi partecipano abbastanza guests da equipaggiare un reggimento militare (Jordan Rudess, Nick Beggs, Theo Travis, Tony Levin, Trey Gunn, Pat Mastelotto, Steve Hackett e vari altri).
Drive Home (EP)
Contiene alcune tracce registrate in studio e un paio di video musicali. Le registrazioni in studio - a Los Angeles - sono state fatte dal 15 al 21 sett. 2012. Inoltre, il CD e il DVD/Blu-ray contengono diverse tracce live del concerto in Germania del 23 marzo 2013 - alla Hugenottenhalle di Neu-Isenburg.
Drive Home del 2013 meglio si può descrivere ripetendo le parole di Thom Jurek (AllMusic), il quale parla della title track come di "una stupenda fusione di atmosfere notturne pinkfloydiane e magnificenza melodica tipo Moody Blues, assoli di chitarra tentacolari e in più la cristallina produzione a firma Alan Parsons".
E le tracce dal vivo? Per Jurek, sono "versioni sopraffine" che i componenti della band "liberano dallo spazio ristretto dello studio di registrazione".
The Raven That Refused to Sing (And Other Stories)
L'evoluzione stilistica di Wilson, in cui l’artista fagocita generi diversi che vanno dal jazz all’elettronica, è un percorso tracciato da Grace For Drowning e The Raven That Refused to Sing.
The Raven That Refused to Sing venne realizzato dopo la morte del padre (è un album dedicato al sopranaturalismo) e contiene di conseguenza toni più dark, più scuri del successivo Hand.Cannot.Erase (che pure, come vedremo, si basa essenzialmente - o anche - su una storia "orrifica").
Non è la colonna sonora di nessuna generazione; è il soundtrack dell'alienazione. Stralci di melodie, ma niente di "catchy" che ti rimanga nella testa (d'accordo: "Drive Home" è una bella ballata, non priva di lirismo quasi à la R.E.M.).
L'intro di basso e poi il giro di "Luminol" (prima traccia) sono considerati fra i migliori, se non i migliori della storia della musica degli ultimi 40 anni. Merito di ciò è in gran parte dello straordinario talento di Nick Beggs. Visto dal vivo, Beggs ha una tecnica impressionante. "Luminol" è oltretutto un brano scritto segnatamente per il basso, che qui, da strumento ritmico, diventa strumento melodico. Dopo John Entwistle di The Who, si può dire che Beggs sia il migliore bassista in circolazione.
L'impressione generale dell'album è quella di post-rock (piuttosto che di prog-rock) con inserti jazz. Tanta parte dello spartito è tenuta in scala maggiore con non poco rumore zappiano. Una drammaticità portata all'esasperazione, un lamento prolungato... come quello emesso dagli spiriti "soprannaturali" che il disco vuole rendere presenti.
Verso la metà ci sono i momenti migliori ("The Holy Drinker" e soprattutto "The Pin Drop" con le sue sfumature genesisiane) (e si può dire la stessa cosa di "The Watchmaker").
L'ultima track, quella eponima, è anche la più memorabile, con atmosfere intime che ricordano una cameretta recondita e l'anima di un ragazzo che si proietta nell'universo pur senza lasciarla... e che alla cameretta ritorna.
Queste almeno le impressioni che ci dà il brano n. 6, "The Raven That Refused To Sing". Una song carica di tensione, di pathos, ma almeno senz'altro bello, questo brano, dal punto di vista melodioso e dell'esecuzione. S.W. ce lo spiattella senza troppi virtuosismi stavolta, ma curandosi di creare l'ambiente, il "clima" dettato dalla situazione e dal tema. Il corvo della canzone ricorda un po' Edgar A. Poe; e la preghiera o meglio implorazione all'assente "Lilly" evoca il testo di "The Musical Box"; ma siamo evidentemente molto lontani da quella magia. Diciamo che l'artista Wilson si crea una dimensione propria di sentimenti ed empatia, il tutto però ricoperto da una patina di freddezza metallica, invaso da molto meno romanticismo di quanto potrebbe offrire l'argomento. Romanticismo che è però presente, di contro, in...
Kscope, label che è tra le colonne portanti del nuovo prog-rock
Ancora nel XXI secolo il progressive rock dà molti bei frutti e ciò si deve anche alla vivace etichetta britannica Kscope, sotto la cui egida sono uscite diverse pietre miliari del neo-prog.
Fondatore nonché capo dei reparti di marketing e di vendite della Kscope è Johnny Wilks. Alla fine degli Anni Novanta, Wilks fondò la Kscope esclusivamente per i Porcupine Tree ma presto la label londinese assunse un'identità propria anche al di fuori dell'orizzonte artistico di Steven Wilson. Un passo decisivo fu quello di prendere sotto contratto The Pineapple Thief. Poi venne il turno degli Anathema e dei Lunatic Soul. Era il 2008 e l'avventura era appena iniziata...
Curiosamente, il marchio "Kscope" appartiene a Wilson, il quale è rimasto nell'azienda come musicista nonché prezioso consigliere.
Il rapporto tra la Kscope e il frontman dei Porcupine Tree raggiunse l'apice nel 2013, con la pubblicazione di The Raven That Refused To Sing (And Other Stories), album che aiutò l'etichetta a crescere.
"La nostra politica è quella di sentirci e far sentire ciascun artista come parte di una grande famiglia, dove il colloquio e le cooperazioni hanno un ruolo primario" dice Johnny Wilks.
Le strategie vanno applicate individualmente...
"e perciò il nostro metodo di lavoro muta sensibilmente a seconda se il prodotto fa parte dell'ambito 'meditative rock' - per esempio di un gruppo ancora relativamente sconosciuto come i Nordic Giants - oppure se è di un vecchio leone del prog, tipo Ian Anderson. Ci sono inoltre shooting stars dei quali prendersi cura, come i TesseracT..."
Una delle band dell'etichetta Kscope: TesseracT
(Acle Kahney[tutti gli strumenti]· Ashe O`Hara per un certo periodo, ora di nuovo Daniel Tompkins [vocals] · Amos Williams [basso] · Jay Postones[drums]),
qui con l'album del 2021
P o r t a l s
"L'importante è che le singole formazioni non abbiamo paura a sperimentare, per non replicare a menadito lo stile barocco e i virtuosismi autocompiacenti delle icone del prog-rock classico."
"Post-progressive" è l'appellativo che la stessa etichetta ha scelto per l'indirizzo musicale che la contraddistingue. Dopo appena dieci anni, il nome "Kscope" faceva parte già degli standard del genere progressive; e ne è oggi - dicono in tanti - la pietra angolare.
Alcuni degli atti che hanno pubblicato e pubblicano con la Kscope: Giancarlo Erra (Nosound), Anathema, Mariusz Duda (Lunatic Soul), Gazpacho, Aviv Geffen (Blackfield è il progetto che Aviv conduce insieme a Steven Wilson), The Pineapple Thief con Gavin Harrison, il duo russo iamthemorning composto da Marjana Semkina e Gleb Kolyadin...
Gli Empyre dagli Stati Uniti, una delle ultime acquisizioni della Kscope
Sembrerebbe un disco di musica religiosa ma è di più: è un'opera che rientra nel folk-rock d'avanguardia, nel Krautrock, nel rock progressivo, nel folk medievale, nello psych folk.
Di "psych" si deve assolutamente parlare, giacché l'iniziatrice del progetto è in seguito diventata celebre come autrice di libri di terapia di danza, trance, estasi, ipnosi, esperienze mistiche. Nata a Basilea ma di nazionalità americana, Kay Hoffman ha compiuto studi di musica, filosofia e ipnosi e si è dedicata alla programmazione neurolinguistica. Ha insegnato danza, sviluppando il suo personale sistema di terapia del movimento.
Disco stranissimo ma per noi interessante questo Floret Silva, in quanto la Hoffman (nel ruolo di compositrice e musicista) si servì anche di alcuni nostri vecchi conoscenti del progressive rock per realizzarlo: i Pierrot Lunaire, più segnatamente Gaio Chiocchio e Jacqueline Darby (quest'ultima, la conosciamo per aver partecipato all'album Gudrun).
Chi lo ha recensito (pochi) ha accostato questo disco allo stile di Dr. Strangely Strange, Gong, Stone Angel, Incredible String Band... Comus. diciamo che appartiene a un sottogenere dell'IPR (Italian Progressive Rock) - allo psych folk underground.
La Hoffman si è sforzata di mettere in musica parti dei Carmina Burana, come già fece il tedesco Carl Orff nel 1935-36 (sua la celebre cantata intitolata appunto 'Carmina Burana'). Si tratta di un'antologia medievale (dell'XI-XIII sec.) di 253 componimenti poetici a tema mistico-religioso in Altdeutsch e in francese antico.
Aiutata dai Pierrot Lunaire (in primis dalla cantante classica gallese Jacqueline Darby), Hoffman realizzò dunque il suo Floret Silva, che ha una genesi tumultuosa per causa di tempi non rispettati e altri ostacoli, cosicché l'opera non vide la luce nel 1977 e neppure nel 1978, come era previsto (e doveva uscire per la RCA), ma soltanto nel 1985, grazie a una piccola etichetta giapponese (Belle Antique). Tre decenni dopo la sua nascita, il disco venne finalmente pubblicato in un'edizione degnissima: da Robot Records.
A tratti sembra di sentire una protoversione dei Dead Can Dance... se questi sapessero cantare il latino (la Darby, a quanto possiamo giudicare, l'antico idioma lo conosceva bene). Gli strumenti principali sono il flauto, l'arpicordo o clavicembalo, fiati e strumenti a corde. La musica tradizionale dalla coloratura medievale presenta inserti avanguardistici (con risate, sirene, aggiunte vocali à la Luigi Nono o Luciano Berio) e ornamenti di sonorità rock stile Anni Settanta. Ad un certo punto non si sa più cosa sia più anacronistico: le melodie pastorali e a sfondo religioso (ma a tratti sembra piuttosto un prendersi gioco di tanto trasporto di fede!) oppure i passaggi modernistici.
È un album davvero strano e intrigante, che piace e cattura chi sul serio vuole essere catturato. E che ci impone di riascoltarlo più volte.
Chiocchio - Stàlteri - Capolaretti, che insieme erano i Pierrot Lunaire (insieme almeno nel primo album), erano bravissimi. Provenivano dal conservatorio ed erano polistrumentisti. Nei dischi dello storico gruppo romano così tanto amato dai "proggers" italiani-e-no, si sente tutta la loro abilità. Ciò, unito ai testi altamente poetici, onirici, evocativi, fa sì che fin dall'esordio discografico i Pierrot Lunaire sfornarono solo cose buone.
'Pierrot Lunaire' (1974)
Sonorità e atmosfere a tratti molto vicine a Terry Riley in questo album di un complesso che - e non solo i coltissimi se ne sono resi conto - porta lo stesso nome di una famosa composizione di Arnold Schönberg.
Con l’eponimo disco d’esordio del '74, Arturo Stàlteri (tastiere, percussioni, voce), Gaio Chiocchio (chitarra, tastiere, sitar, voce) e Vincenzo Caporaletti (chitarra, basso, flauto), ci regalarono una perla di valore assoluto. Differenti dalle tipiche sonorità che caratterizzavano il prog-rock nostrano, le dodici tracce di Pierrot Lunaire trasportano l’ascoltatore in un viaggio fantastico, delicato e sempre ispirato, tra soft prog, soluzioni per lo più acustiche, con inserti dell’elettrica, tra ballate psichedeliche e impennate rock.
'Gudrun' (1976)
Alquanto diverso il seguito del ’77, Gudrun. Sostituito Caporaletti con il soprano gallese Jacqueline Darby ed entrato nella formazione il batterista Massimo Buzzi, l’esito fu un buon disco, caratterizzato da sonorità d’avanguardia e atmosfere decadenti che poco hanno a che vedere con il sogno psichedelico dell’esordio. Lo sviluppo è più frammentario rispetto al primo lavoro ma si tratta ugualmente di un album valido. (Il critico Mox Cristadoro lo ha inserito nel suo libro I 100 migliori dischi del Progressive italiano, 2014.) Gudrun fu l’ultimo atto dei Pierrot Lunaire prima dello scioglimento.
Dopo un tentativo di reunion messo in atto da Chiocchio e Caporaletti negli Anni ’90 – quando incisero alcuni brani, mai pubblicati a causa della morte improvvisa di Chiocchio nel 1996 –, la M.P. & Records, nel 2011, ha pubblicato la raccolta Tre, disco contenente alcune tracce registrate nel 1978 per un album mai uscito allora, più qualche alternative take di pezzi da Gudrun e in più 8 cover di brani dal primo e secondo album eseguite da diversi gruppi di nuovo rock progressivo italiano.
Il pianista Arturo Stàlteri è rimasto attivo in ambito musica classica, minimalista, elettronica, musica contemporanea varia e come compositore di colonne sonore. È inoltre conduttore di rubriche radiofoniche RAI.
Visione dai tarocchi raccoglie musiche inedite composte, interpretate e registrate per l'omonimo balletto nel 1985. Questi brani si inseriscono nella creatività più elettronica e sperimentale di Stàlteri, preziosa eredità dell'avanguardia dei Pierrot Lunaire. Il CD è uscito nell'ottobre 2022
Su etichetta M.P. & Records / Distribuzione G.T. Music / Edizioni Musicali Micio Poldo.
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Vincenzo Caporaletti, musicologo, musicista, compositore e professore di etnomusicologia, dopo il jazz e la breve esperienza con i Pierrot Lunaire ha teorizzato la formatività audiotattile nell'improvvisazione. (La teoria delle musiche audiotattili si presenta come un modello per interpretare la realtà, la cognitività e le specificità culturali delle diverse musiche.) Numerose le sue pubblicazioni, a cominciare da quelle sul jazz e sull'interazione della musica afro-americana con altri generi. (Approfondisci su Wikipedia in inglese .)
Alla luce di queste forti personalità, si può meglio intendere la grandezza dei Pierrot Lunaire. Gaio Chiocchio (sitar, mandolino, chitarra, organo Hammond, cembali, timpani, voce), che era nato a Rio de Janeiro, Arturo Stàlteri (pianoforte, organo Hammond, spinetta eminent, celesta, percussioni, voce), e Vincenzo Caporaletti (chitarra acustica, chitarra classica, chitarra 12 corde, chitarra elettrica, basso, batteria, flauto) liberarono tutta quella splendida musica che oggi, a mezzo secolo di distanza, possiamo ascoltare con un vero senso di meraviglia.
Come detto, i due album prodotti dal trio negli Anni '70 sono sostanzialmente differenti tra loro. Il primo, Pierrot Lunaire (1974, etichetta discografica It), si caratterizza per atmosfere dolci derivanti dall'uso di strumenti acustici ed elettrici e la quasi totale assenza di percussioni.
Caporaletti decise di proseguire la sua carriera nel jazz. Intelligente e originale l'inserimento, in un gruppo rock, di un soprano (Jacqueline Darby). Su tre degli otto brani di Gudrun si registra anche la presenza di un batterista (Massimo Buzzi).
La registrazione di Gudrun avvenne quasi immediatamente dopo l'uscita di Pierrot Lunaire, tra il 1975 e il 1976, ma viene pubblicato soltanto nel 1977 per la fine dell'attività dell'etichetta Vista che doveva distribuirlo.
I Pierrot Lunaire dunque si sciolgono dopo il secondo disco. Gaio Chiocchio prosegue la carriera di autore di canzoni (tre titoli su tutti: "1950" e "Quando l'estate verrà", canzoni scritte con e per Amedeo Minghi e "Stato di calma apparente", composta con e per Paola Turci), autore anche di colonne sonore (ad es. quella del film Questo e quello, di Sergio Corbucci) e produttore per altri artisti, tra i quali Goran Kuzminac e la suddetta Paola Turci. Il collasso cardiaco che se lo portò via prematuramente addolorò tanti colleghi e amici.
Mario Castelnuovo, con il quale Chiocchio aveva collaborato, gli dedicò la canzone "L'acchiappabicchieri", contenuta nell'album Buongiorno, del 2000. Nell'interno di copertina si legge: "L'Acchiappabicchieri è dedicata a Gaio Chiocchio, poeta, musicista, amico, scomparso nel 1996".
"Magnetico" è un termine-chiave nei lavori di Franco Battiato. Ricordiamoci dei testi dei suoi primi album, quelli "progressive". E ci fu, nell'assoluto oblio dell'infinito, in un tratto di spazio-tempo in cui ogni oggetto o essere vivente sta in piedi pur in assenza di forza di gravità, anche un gruppo musicale formato da Franco che portava il nome "Telaio Magnetico".
Il magnetismo fu per un certo periodo sostituito da altri concetti, ma nella cornice ermetica della sua creatività, l'artista non poteva non tornare, ancora e sempre, al fenomeno che sa di magia più ancora che di fisica e geofisica; e persino nella canzoni più leggere ci sono brandelli di sapere che rimandano a scoperte mirabolanti, teorie scientifiche contrapposte oppure parallele a slanci mistico-religiosi... Un antropo-logos al crocevia di mondi estranei.
Certo, tutto ciò, e parliamo ancora delle canzoni sue più popolari, lo troviamo accostato a citazioni di cronaca nazional-popolare e internazional-popolare, a riferimenti polemici alla società dei consumi, a frecciate alla politica nostrana...
L'album con cui si apre questo articolo (Campi Magnetici) non è così conosciuto e/o osannato come Fetus e Pollution, ma questo lavoro di Battiato del 2000, commissionatogli dal Maggio Musicale Fiorentino per un balletto, è avanguardia elettronica. E, addirittura, più "fuori" delle vecchie opere. A modo suo, è "art music", anche se sono sicuramente molti più i momenti stranianti, disturbanti. Bisogna ascoltarlo almeno una volta attentamente, certo, ma pochi avranno voglia di farlo ancora! Abbonda di campionamenti, e appena due brani, "La corrente delle stelle" e "Suoni primordiali", possono dirsi tendenti a offrire suoni più controllati e dalle strutture riconoscibili. Di certo, uno non può fare a meno di chiedersi: se questa è musica per balletto (anche se di balletto moderno si tratta), chissà che faccia hanno fatto i ballerini quando gli è stato proposto di esibirsi su tale pentagramma!
Campi Magnetici appartiene alle cosiddette "opere colte" di Battiato, com'è ad esempio l'avanguardistica opera lirica Genesi (1987), che occorre assolutamente recuperare.
Altri titoli di album suoi da (ri)scoprire sono Telesio, Gilgamesh, Messa Arcaica (le opere classiche)... Inoltre: colonne sonore (come quella per il film Benvenuto Cellini – Una vita scellerata), collaborazioni con orchestre varie (dalla London String Orchestra all'Orchestra Sinfonica Nazionale Irachena)... Ma, se usiamo l'aggettivo "colto", occorre applicarlo anche ai suoi album "pop", che apparentemente non assomigliano alle composizioni di John Cage e Karlheinz Stockhausen ma devono anche a loro, in realtà, qualcosina. Ebbe', "il tutto è più della somma delle sue parti", come recita il sottotitolo dell'album del 2009 Inneres Auge.
"L’era del cinghiale bianco" del 1979 era stato l'inizio del suo ritorno al pop dopo quasi un decennio di sperimentazione elettronica.
Prima di Fetus e Pollution, Franco Battiato aveva pubblicato diversi singoli, dei quali "La convenzione" / "Paranoia" già fa intravedere scenari futuristici - o addirittura da fantascienza - adagiati su una trama musicale di rock psichedelico e di elettronica.
Ne L'era del cinghiale bianco, frutto del suo sodalizio che il compositore Giusto Pio - di estrazione classica -, Battiato trova o meglio ritrova la sintesi di un cammino musicale che gli porterà fortuna. L’album omonimo è aperto dalla title track con quell’imperioso e indimenticabile refrain di violino. Il testo echeggia miti antichi e lontani: un manifesto della poetica del miglior Battiato.
"Centro di gravità permanente" (1981)
Canzone tratta dall’album dei record, La voce del padrone, uscito nell’ottobre del 1981 ma esploso oltre sei mesi dopo, diventando "la" colonna sonora della primavera-estate. L’apparente nonsense testuale caratteristico di Battiato tocca la vetta qui tra contrabbandieri macedoni e gesuiti euclidei vestiti come dei bonzi per entrare a corte degli imperatori della dinastia dei Ming. È il clou del sincretismo e del mix di elementi che vorticano davanti al nostro occhio di uomini dal DNA arcaico e immersi nella modernità.
Eccellente il lavoro del team di musicisti che hanno registrato negli studi di Alberto Radius.
"Inneres Auge" (2009)
Un brano intriso di passione civile, l'ultimo brano politico dopo "Povera Patria" e anche questo un'accusa che oscilla tra rabbia rassegnata e distante speranza. (Il 2009 fu "l’estate delle escort": belle ragazze pagate da Berlusconi per allietare le sue "cene galanti".) La prima parte della canzone è occupata dall'indignazione per una politica e un’etica civile sopraffatte dall’affarismo, dalla corruzione, dalla violenza; la secondaparte suggerisce che la contemplazione - la visione tramite l'"Inneres Auge" (l'occhio interiore) - può rappresentare la salvezza. Bello l'ultimo verso: "Mi basta una sonata di Corelli perché mi meravigli del Creato".
Filosofia, esoterismo e misticismo hanno caratterizzato il viaggio di Battiato, che musicalmente ha toccato i generi del progressive rock, della musica etno-elettronica, della lirica, del minimalismo (Terry Riley fu un altro dei suoi compositori-guida). In Fisiognomica (1988) si lasciò ispirare anche dai Lieder di Mahler e di Richard Strauss...
Nella line-up: i due fondatori Martin Turner (basso, voce) e Steve Upton (batteria e percussioni) e i chitarristi Andy Powell e Laurie Wisefield, questi ultimi quali rappresentanti del "doppio suono di chitarra solista/doppia chitarra" - "dual lead-guitar/twin guitar sound". Wisefield era il successore (degno, degnissimo) di Ted Turner.
Per i "rabdomanti", come vengono spesso chiamati i Wishbone Ash (anche se in realtà "wishbone" è l'osso del petto dei volatili, o forcula), l'American Dream ebbe sviluppi concreti e non rimase solo un "dream": i quattro musicisti si stabilirono direttamente nel Nuovo Continente, precisamente nel New England, e ammorbidirono apposta il loro suono in direzione AOR.
Il concerto che diedero in Germania il 1 ° dicembre 1976, poco dopo l'uscita dell'album New England, fu registrato per Rockpalast nel palazzetto dello sport di Colonia (che oggi non esiste più perché venne in seguito demolito).
È per questo che ancor oggi possiamo goderci questo Live at Rockpalast 1976 - nonostante qualità sonora e di immagini non eccellenti. Con l'eccezione di alcune ottime canzoni, New England era ben lungi dal candidarsi a diventare un classico dei Wishbone Ash - loro stessi lo sapevano. Nella scaletta del concerto, dell'album fanno parte 5 titoli. Due sono pezzi memorabili: il solido rocker "Runaway" e "Lorelei", che comunque dal vivo sembrano persino superiori alle versioni originali. "You Rescue Me", "Outward Bound" e "Mother Of Pearl" sono gli altri brani di New England che vennero suonati nell'occasione.
Insieme a queste 5 tracce, compongono la spina dorsale del concerto 4 brani dell'album-capolavoro del 1972 Argus: "The King Will Come", "Warrior", "Time Was" e "Blowin' Free".
Il pubblico fu entusiasta fin dalle prime note, cosa non proprio ovvia nei concerti del Rockpalast. L'atmosfera rilassata e positiva che si respirava nella band e la maestria dimostrata dai singoli componenti dei Wishbone Ash contribuirono a che il concerto rimanesse indimenticabile. Finora, i "rabdomanti" avevano pubblicato 7 album e le canzoni da essi tratte vennero quella sera estese fino a 7, 10, 12 minuti, con splendidi assoli e varie improvvisazioni che lasciarono un'impressione duratura soprattutto su coloro che si erano assiepati sotto al palco. Il concerto fu un successone grazie anche ai brani più progressive: "The King Will Come", "The Warrior", "Blowin' Free"... per tacere dei quasi dodici minuti di "Bad Weather Blues".
P.S.: Cosa significa Wishbone? Questo termine non ha niente a che fare - o solo qualcosina - con una bacchetta da rabdomante. "Wishbone" è infatti la forcula, l'osso biforcuto, a forma di Y, che si trova nel petto dei volatili. Wishbone = wish (desiderio) e bone (osso). La copertina del primo album della band è ornata da un tale osso (bruciato) - oltre che da un po' di cenere (o resti di ossi). L'accostamento di "wishbone" e "ash" è una trovata del bassista Martin Turner, che cercò a caso le due parole su un dizionario.