Formati a settembre 2013, hanno subito numerosi cambi di formazione, fino a raggiungere una stabilità a novembre 2019. Sono i Kumorigahara, un quartetto composto da Shodai Ishigaki, Viola Ito, a_Kira e Mu Japan (aka "Muchio"). La loro musica può essere considerata come un misto di Anekdoten e King Crimson. Hard prog rock.
Le idee dei Kumorigahara sgorgano soprattutto dalla mente di Shodai Ishigaki (bassista, cantante, chitarra 12 corde).
I loro brani ricordano le periferie morenti, schiere su schiere di appartamenti in cemento armato dalle pareti esterne screpolate, strade commerciali solitarie, parcheggi di biciclette davanti a ogni stazione, i vicoli stretti - spesso, vicoli ciechi - e lo scenario delle lunghe strade nazionali percorse da camion che si dirigono verso le metropoli.
Se il tuo mondo è questo, suona una canzone per farti sentire!
a_Kira, membro dei Maria Kannon ed ex JA Caesar e The Devil's House, aziona varie tastiere (organo, pianoforte, ecc.). Preziosa anche Viola Ito, chitarrista d'eccezione. E ad arricchire la tecnica solida dei sunnominati c'è la batteria potente di Japan (Dr), ossia Mu Japan, chiamato "Muchio".
"King Crimson incontra Doji Morita"
Brano prescelto da noi, da questo album 2021: "Kurigahara" ("Lacrime di coniglio")
Elenco tracce (i titoli sono qui tradotti in italiano):
1. Strada prefettizia 334
2. 3472-1
3. Nakano Dori
4. Alba sulla sabbia
5. Insetto di neve
6. Triptano
7. Lacrime di coniglio
8. Fiori di ciliegio Kawazu
Kurogahara fece un patto con il Signore dell'Oscurità all'incrocio oscuro, ove si intersecano Showa e Reiwa...
È un bel prog rock "pesante". Oltre a King Crimson e Anekdoten, si possono intuire gli influssi dei mitici Jacks (1968-69) e della cantante Doji Morita.
"Puoi sentire i passi di una nuova era in questi testi introspettivi in giapponese..." (Koichiro Iwamoto)
"Il dolce dolore della passione, le due utopie irrealizzate che si nascondono negli spazi vuoti della vita quotidiana, e la calda luce del sole attraverso gli alberi... Questa è la vendetta del rock progressivo degli Anni '80 di Doji Morita. Grande!" (Tosuke Kibata, della band Maria Kannon)
Il nostro blog vi fa tanti auguri per un felice Capodanno e un proficuo 2022!
Anticipazioni: un'intervista con il tastierista Mirko Jymi e la recensione del nuovo album degli Odessa (vedi i nostri servizi dedicati al gruppo marchigiano, e l'intervista con il bandleader Lorenzo Giovagnoli). Una serie di proposte dei migliori album usciti nel 2021. E le solite retrospettive "storiche" marcaprog-rock!
Su Amazon: il libro di Donato Zoppo dedicato alprogressive rock. Dai Beatles fino ai giorni nostri. Lettura non sempre facile, ma gli appassionati ne godranno come di una sorta di Sacro Graal.
Sempre su Amazon: Neo Prog. L'autore, Massimo Salari, parte dalle band inglesi che hanno rilanciato il genere (Marillion, IQ, ecc.), per poi allargare l'orizzonte a livello mondiale. E ovviamente italiano.
Questa è la classifica stilata da questo ragazzo (convertita in: dal disco migliore al disco peggiore):
1. Selling England By The Pound
2. A Trick Of The Tail
3. Foxtrot
4. The Lamb Lies Down On Broadway
5. Wind And Wuthering
6. Nursery Cryme
7. Duke
8. Trespass
9. And Then There Were Three...
10. Genesis
11. Invisible Touch
12. From Genesis To Revelation
13. We Can't Dance
14. Calling All Stations
15. Abacab
... e questa è la classifica diProg Bar:
1. Selling England By The Pound (1973) 2. The Lamb Lies Down On Broadway (1974) 3. Foxtrot (1972) 4. Nursery Cryme (1971) 5. Trespass (1970) 6. A Trick Of The Tail (Febbr. 1976) 7. From Genesis To Revelation (1969) 8. And Then There Were Three... (1978) 9. Wind and Wuthering (Dic. 1976) 10. Genesis (1983) 11. We Can't Dance (1991) 12. Invisible Touch (1986) 13. Duke (1980) 14. Calling All Stations (1997) 15. Abacab (1981)
Qua erano senza Peter Gabriel...
... e poi rimasero soltanto in tre (Steve Hackett lasciò il gruppo)
Sui Genesis e i loro album ovviamente ci sono molte opinioni. Chi ama il rock progressivo, preferisce il primo periodo (1970-'76 ca.); chi li apprezza di più come band poppeggiante, amerà senz'altro tutta la produzione "capitanata" da Phil Collins. Ma le sfaccettature sono numerose e ci sono anche album dei Genesis che possono inquadrarsi sotto la categoria jazz-rock.
Ecco qui - vedi video sottostante - un'altra classifica dei migliori album genesiani scelti dai fans - a cura del giornalista John Beaudin.
Classifica di una votazione indetta sempre da John Beaudin (Rock History Book):
1. Selling England By The Pound
2. The Lamb Lies Down On Broadway
3. A Trick Of The Tail
4. Wind And Wuthering
5. Duke
6. Foxtrot
7. Nursery Cryme
8. Genesis
9. Trespass
10. And Then There Were Three...
11. Abacab
12. Invisible Touch
13. We Can't Dance
14. Spot The Pigeon (1977)
15. Three Sides Lives (1982)
16. Calling All Stations
17. From Genesis To Revelation
Cominciamo con l'assolo di basso che cambiò la musica "pop".
Jaco Pastorius, "Donna Lee", brano di Charlie Parker.
Dall'album di debutto di Jaco.
Oggi sarebbe stato il compleanno di Jaco Pastorius. (1º dicembre 1951 – 21 settembre 1987)
Nick Beggs (bassista che ha suonato con Steve Hackett, Steve Howe e Steven Wilson) ha stilato una propria classifica dei 10 migliori bassisti. Vedi l'articolo (in inglese).
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Un breve docufilm su Pastorius, che aveva una vita gravata da problemi ma che riuscì a diventare "il Jimi Hendrix del basso".
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Jaco Pastorius - Live in Montreal 1982
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Omaggio a Jaco Pastorius.
Tre fans avevano girato un video dedicato a uno dei loro idoli, il grande bassista Jaco Pastorius. Immagini andate perse, poi ritrovate. E, oggi, il genio di Jaco (purtroppo morto troppo giovane, come tutti ben sappiamo) risplende anche grazie a "The lost tapes".
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Qui la grande Joni Mitchell, dall'album - registrato dal vivo - Shadows And Light (1980). Con Jaco Pastorius al basso e Pat Metheny alla chitarra. Poesia e commozione!
Per ascoltare (e vedere) l'intero concerto, clicca qui.
L'album dal titolo Hejira della Mitchell, del 1976, era stato un lavoro che comprendeva - anche quello - un cast stellare, e anche quello venne impreziosito, e non di poco, dal basso di Jaco, presente in 4 dei brani registrati in studio. Jaco Pastorius divenne per un po' il bassista fisso della Mitchell: fu presente anche in Don Juan’s Reckless Daughter (1977) e Mingus (1979).
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... e siamo al "mercato nero" come ce lo raccontarono i Weather Report. Eh sì, qui, in "Black Market", al basso c'è Pastorius.
Questo fu l'esordio degli Odessa nel 1999, allora per la Mellow Records. Stazione Getsemani: album molto promettente e, se si realizza che la band marchigiana ha da allora pubblicato in effetti solo un altro disco (The Final Day, nel 2007; il tanto atteso L'Alba della civiltà difatti non uscirà prima del gennaio 2022), sorgono molti quesiti su quella che è la vita di artisti, musicisti, e persone che creano in generale, e ci si chiede perché alcuni di loro hanno successo mondiale e molti altri - magari più quotati - faticano persino a farsi notare nel proprio Paese.
e tra parentesi occorre dire che quello di Milanese al flauto è un gradito come-back, avendo questo musicista già impreziosito diversi brani di Stazione Getsemani... prima di collaborare con un altro gruppo progressive in odore di "cult", ossia con i salentini Aria Palea. Vai alla pagina di Milanese per leggere la straordinaria e intensa carriera di questo flautista uscito dal conservatorio.
Occhio all'uscita (assai prossima) di L'alba della civiltà, terzo album in oltre venti anni di esistenza del gruppo!
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"Di buio e luce" è la seconda traccia di Stazione Getsemani degli Odessa. L'album, del 1999, consiste di 9 tracce e contiene due riuscitissime cover: "Caronte" di The Trip e "Alzo un Muro Elettrico" de Il Rovescio della Medaglia.
"Di buio e luce - parte seconda" sarà contenuto nel nuovo album degli Odessa (il loro terzo in oltre 20 anni che il gruppo esiste), L'alba della civiltà, label: Lizard Records. Dateline: gennaio 2022.
L'album Final Day uscì nel 2009 per la Lizard Records. Questa è la title track.
Odessa - "Esilio" (primo track del primo album Stazione Getsemani, risuonato "in quarantena" oltre 20 anni dopo, nel 2020).
Molto valido il CD dei Wish, sia come fattura (nonostante si tratti di un'autoproduzione: grafiche e foto formidabili, tra l'altro), sia per il contenuto - cosa, quest'ultima, non sempre ovvia.
La data di pubblicazione dice "2019" e, essendo da allora ormai trascorsi due anni, è lecito attendersi, da Patti Salvatore e accoliti, un seguito di questo Stay Here My Friends.
Il quartetto romano apre le danze con lo strumentale "Like A Yes", che può darsi sia nato da una seduta jam, ma è talmente complesso e ben orchestrato da farci credere che il risultato finale sia frutto di lungo lavoro. Non è certo una sonatina semplice, ma per un gruppo del genere equivale al classico esercizio per "scaldarsi le mani".
Già l'inizio di "Deep Wish", il secondo brano, ci fa addirittura salire di grado. Qui conosciamo la voce di Franceschelli (il canto è in inglese) calata in un'atmosfera cupa, distopica forse. È una traccia dalla quale probabilmente si sarebbe potuto ricavare un tantino di più, anche a livello canoro, ma tra toni strumentali bassi e cantato quasi incerto, impaurito, l'esito rimane quello forse voluto dalla band: creare visioni di un'attesa o di un desiderio che null'altro è che un'utopia, come di chi aspetta Godot. Un perdersi in una dimenticanza senza speranza. (Un po' di prog metal nel pentagramma.) E:
"At night words are lighter
but in the sleepless dark
they turn in circle..."
Arriviamo così a "Dancing With Myself".
Frasi come "I'm scared by shadows I'm a fly in a jar" ("spaventato dalle ombre, sono una mosca dentro un barattolo") fanno capire che la canzone ci racconta - di nuovo - una situazione di dubbi, di inanità. La musica però si snoda con positività, come se, almeno a livello di desiderio onirico (già: "wish"!), si fosse superata l'impasse. E anche il ritmo cresce.
"Scrambled Eggs", strumentale, è certamente uno dei pezzi migliori dei sei che costituiscono l'album. Sei minuti circa di... "uova strapazzate", proprio: c'e tutto l'armamentario sonoro della storia del rock sinfonico a convogliare nel brano. Atmosfera mediterranea a tratti (a ricordarci gli Alias, da Napoli), poi anche un alito di Nord. Ad ogni modo: più cambi di scene che cambi di tempo.
"Church" si apre - giustamente - con un organo che si direbbe a canne, poi parte la chitarra di Giorgio Simonetti. E Piergiorgio Franceschelli intona: "Seven the notes and / Seven the days and / Seven the seals..." Tutto un elenco di cose che sono "sette": "Seven the verses / Seven the sins and / Seven the branches of Menorah"... Segue un lungo intermezzo carico di lirismo riflessivo (e per questo la canzone si fa volere bene), prima che, attraverso interessanti soluzioni sonore, si torni al tema iniziale: "SEVEN the virtues / SEVEN the wonders..."
L'album si chiude con il brano che dà il titolo al disco: "Stay Here My Friends", molto riuscito. Diciamo pure: il migliore in assoluto, quello per cui vale la pena comprare il CD.
Poiché i testi sono esclusivamente di Franceschelli, è forse da imputare a lui il carattere "dark" di questo disco (unico barlume di speranza proprio nell'ultima traccia: "Standing here, / I'm lonely in this moment / Looking off / here and there to find you / in a frantic crowd / Waiting for the moment to come") ma la sua "filosofia" sembra essere stata abbracciata in pieno dalla band, che lo accompagna facendosi specchio, in fondo, della realtà là fuori; qua fuori.
Sì, siamo curiosi di ascoltare il seguito!
Del resto, i Wish esistono fin dal 1992. Giusto dunque che intensifichino gli sforzi per farsi conoscere meglio e di più!
Piergiorgio Franceschelli - Lead and Backing vocals