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7/18/20

Scena di Canterbury - i Caravan

     "Nine Feet Underground" (in versione live)





Anni Cinquanta. Un gruppo di adolescenti che si conoscono fin dalle elementari si riuniscono a casa di uno di loro, Robert Wyatt, ad ascoltare dischi jazz e strimpellare brani famosi. 1960. Una delle camere di quella casa viene presa in affitto dal chitarrista australiano Daevid Allen, che stravede per il jazz e vive in maniera anticonformista. Allen influenzerà il modo di far musica dei ragazzi... e finirà per essere conosciuto soprattutto per il suo ruolo di fondatore del gruppo di rock psichedelico Soft Machine (in Gran Bretagna, nel 1966) e del gruppo di space rock Gong (in Francia, nel 1969).





Nel prossimo video: The Wilde Flowers, 1969. Con loro - si può asserire senza tema di errare - iniziò l'avventura della "Scena di Canterbury". 
Suonarono nei Wilde Flowers, via via avvicendandosi: Dave Sinclair, suo cugino Richard Sinclair, Brian Hopper, suo fratello Hugh Hopper, Robert Wyatt, Kevin Ayers, Pye Hastings, Richard Coughlan. In pratica, i futuri Caravan e i futuri Soft Machine.




Quando l'avventura dei "Wilde" volge al termine, quattro dei membri, nel 1968, lasciano il gruppo e formano, appunto, i Caravan. Si tratta di Richard Sinclair (basso e voce), Pye Hastings (chitarra e voce), Dave Sinclair (keyboards) e Richard Coughlan (drums). In quasi tutti i lavori dei Caravan contribuirà come ospite Jimmy Hastings, sassofonista e flautista fratello di Pye, senza mai diventare membro ufficiale della band.


... I Caravan erano «i poeti di Canterbury, teneri visionari psico-prog», per dirla con le parole di Riccardo Bertoncelli, uno dei numi tutelari della critica rock tricolore.

(Letto in un articolo vecchio, del 2005, però utile.) 

#progrock #musica #artrock #Caravan 

E qui abbiamo un articolo-intervista sul Canterbury prog rock: 



I primi due album: 
 

I Caravan si trasferirono a Londra dopo essere stati scritturati dalla Verve Records. L'esordio è l'album eponimo (1968). Subito dopo, la Verve li lasciò cadere, avendo chiuso la divisione pop-rock, e loro passarono alla Decca. Nel settembre del 1970 esce, per la Decca, If I Could Do It All Over Again, I'd Do It All Over You, che li consacra musicisti di alto livello. Questa opera seconda rivela anche quanto diverso sia il loro percorso da quello dei Soft Machine, la cui musica si basava soprattutto sul jazz e sull'improvvisazione. Le fiabe vocali di Richard e Pye, la cui dolcezza è stemperata dal surrealismo dei testi, si incrociano con gli assoli delle tastiere e dei fiati (di Jimmy Hastings nuovamente ospite), per conferire all'album un sound spensierato, equilibrato e brillante. L'indulgere nella sperimentazione e nel jazz è contenuto – al contrario di quanto avviene nei lavori dei Soft.




Jimmy Hastings: figura molto importante per la scena di Canterbury. Nato ad Aberdeen, Scozia, il 12 maggio 1938, e fratello di Pye, suonava il sassofono contralto, il clarinetto, il flauto... Partecipò al debutto dei Caravan e rimase nell'ensemble per i primi anni, tornandoci in seguito. Collaborò con: Soft Machine, Hatfield and the North, National Health, Bryan Ferry, Trapeze, Chris Squire, tra gli altri.

 The Battle of Hastings del 1995 è l'ultimo album dei Caravan con Jimmy Hastings


È il 1971. I Caravan si esibiscono al 'Beat Club'. È il loro ritorno all'inestimabile programma tv: c'erano già stati due anni prima. Suonano stavolta "Golf Girl", "Winter Wine"...

      "Golf Girl"


Sotto: altra registrazione "storica". I Caravan live in una radio statunitense, 1974. Trattasi di un bootleg formidabile.

    #progrock #music


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#canterbury #canterburyscene #music #progrock #artrock




... ed ecco la canzone che dà il titolo all'album! In una versione alia, contenuta in Travelling Man.
     Caravan - In the Land of Grey and Pink


I Caravan senza entrambi i cugini Sinclair. Siamo nel 1976. Pye Hastings scrisse tutte le canzoni del disco, dal titolo Blind Dog at St Dunstans. 



Nel '77 esce Better by Far.
Con il songwriting di Pye Hastings e con Jan Schelhaas alle tastiere, i Caravan tendevano ormai verso il pop, anche se la produzione qui è di Tony Visconti (molto importante per la carriera di David Bowie) e anche se, come per il precedente Blind Dog..., occorre ammirare la padronanza tecnica dei musicisti. A essersi spenta è l'immaginazione (a parte i giochi linguistici con numerosi riferimenti alla quotidianità inglese), la creatività. La spinta realmente "progressive".

 








Molti fan e quasi tutti i critici erano d'accordo nell'affermare che l'orientamento musicale dei Caravan era mutato soprattutto dopo il quarto album, Waterloo Lily del 1972. Gli ingaggi ottenuti come "apripista" per gli Slade e gli Status Quo avevano reso necessario che i membri componessero e suonassero brani dalla struttura meno complicata, brani più simili a canzoni convenzionali. Il successo non mancò: l'album Cunning Stunts si piazzò al 50simo posto nella classifica del Regno Unito e raggiunse la posizione numero 124 negli Stati Uniti, mentre Blind Dog at St. Dunstans fu al numero 53 della classifica britannica.
Nel 1980 i Caravan non sono già più quelli classici, che lasciarono un segno indelebile nella storia del prog rock. Hanno un taglio più commerciale, cosa dovuta certamente alle canzoni - e al modo di cantare - di Pye Hastings. Per registrare The Album, alle tastiere - e al canto - torna Dave Sinclair (suo cugino Richard Sinclair più o meno di questi tempi milita nei Camel!) e ci sono diversi momenti brillanti; non solo in The Album ma anche in altri lavori in studio. In effetti, i Caravan sopravviveranno anche senza ambedue i Sinclair...
Nel corso dei decenni saranno tanti i cambi di formazione e quasi altrettanti i come-back. Loro rimangono pur sempre tra i vetusti rappresentanti della "scena di Canterbury": persino le loro canzoni "semplici" sono godibili.

   Anni Settanta d'oro! I Caravan al 'Rockpalast' (GER). 1971. Con Steve Miller al Wurlitzer



Addii e reunion
Dave Sinclair lasciò dopo l'uscita di In the Land of Grey and Pink e il gruppo si sciolse una prima volta già l'anno successivo. Il cantante e chitarrista Pye Hastings e il batterista Coughlan (uniche costanti dei Caravan a partire da quel momento) rimpinzarono l'ensemble con nuovi membri, in particolare il violinista Geoffrey Richardson. Nel 1978 seguì un nuovo sbandamento...

La band si riformò più volte nei decenni successivi e i Caravan rimasero ancora attivi nel Terzo Millennio, in qualità di gruppo dal vivo... nonostante la morte di Coughlan, avvenuta nel dicembre 2013.



Album in studio

1968 - Caravan
1970 - If I Could Do It All Over Again, I'd Do It All Over You
1971 - In the Land of Grey and Pink
1972 - Waterloo Lily
1973 - For Girls Who Grow Plump in the Night
1975 - Cunning Stunts
1976 - Blind Dog at St. Dunstans
1977 - Better by Far
1980 - The Album
1982 - Back to Front
1994 - Cool Water
1995 - The Battle of Hastings
2003 - The Unauthorized Breakfast Item
2013 - Paraside Filter


(Sono più numerosi gli album dal vivo. Ed esistono almeno oltre una dozzina di compilations!)




Talvolta ritornano...
Caravan of Dreams (1992) di Richard Sinclair comprende, oltre lui stesso al basso, alla chitarra e alla voce, suo cugino David al sintetizzatore Korg M1, Andy Ward alla batteria + percussioni varie e Jimmy Hastings al flauto, al sax e al flauto piccolo. Sembra, a  tratti, quasi un nuovo album dei Caravan...



      "Is It Prog? - The Canterbury Scene", breve video


Rock psichedelico con venature jazz: questa, in sintesi, l'essenza della "scena canterburiana". Molti dei suoi protagonisti passarono, come abbiamo visto, per i Wilde Flowers (i cui componenti avevano un'età dai 17 ai 20 anni!) e il brano "Memories", qui cantato da Robert Wyatt ai tempi dei Soft Machine, era nato proprio dalla proficua fucina dei "Wilde".


          Caravan - "Nine Feet Underground" live nel 2016


Homepage: Official Caravan



8/03/23

Richard Sinclair a Taranto - articolo di Vito Piepoli

 La storia del Rock Progressivo è approdata a Taranto con Richard Sinclair


di Vito Piepoli


Sinclair è considerato uno dei capostipiti della “scena di Canterbury”, corrente del rock progressivo che si è sviluppata tra gli anni Sessanta e i primi Settanta, legata anche alla contaminazione di generi come il rock psichedelico, il jazz, la musica d’avanguardia e la musica elettronica.

È tra i fondatori di gruppi fondamentali di questa scena nata nel Kent in Inghilterra, come Wilde Flower a soli 15 anni, Caravan ed Hatfield and the North, e membro in altrettanti gruppi come Camel, National Health, In Cahoots.

Nel 2006 ha lasciato la sua storica casa di Canterbury per trasferirsi definitivamente in Italia, in un trullo a Martina Franca (Taranto).

La sua musica dopo tanti anni, ha la freschezza magica del tempo sempre vivo, la magia dei suoni ‘giusti’ e delle emozioni condivise, come si è ascoltato l’altra sera nel progetto “Taranterbury band of dreams”, nell’Arena della Villa Peripato nella 4° edizione di Taranto Jazz Festival, sotto la direzione artistica di Antonio Oliveti.

 

 Da sinistra: Vito Rizzi, Richard Sinclair, Angelo Losasso, Gianluca Milanese, Francesco Festinante

Il suono di Canterbury si è risentito, sospeso tra fremiti progressivi, spigolature jazz e d’avanguardia, schegge di psichedelia, rock e vibrazioni elettroniche, melodie rigogliosamente poetiche e nel bisogno generale di ritrovare la magia, ormai quasi perduta, di fare musica mentalmente aperta e senza paraocchi.

Nel corso della sua carriera è stato circondato da tanti musicisti innovativi, sempre protesi a creare qualcosa di nuovo.

Per Sinclair la scrittura e la composizione non sono mai attività che si esauriscono con la registrazione dei brani, perché anche i pezzi più ‘definiti’ possono essere sempre aperti a una reinterpretazione, la vita continua e sia il pubblico che i musicisti cambiano nel corso degli anni.

I concerti, invece, conferiscono nuova linfa alle composizioni, spesso con l’aiuto di nuovi musicisti.

E con lui voce e basso si sono esibiti, Francesco Festinante alla chitarra con la quale sua band ‘Il Sogno di Rubik’ arriveranno altre collaborazioni ed esibizioni, come quella avutasi in occasione del concerto al Jackstore Social Club di S.Vito (TA) a settembre del 2022 e Vito Rizzi tastierista della stessa band.

Inoltre Angelo Losasso, batterista in pianta stabile da oltre vent’anni. Al flauto, Gianluca Milanese, unico flautista italiano ad aver suonato con Joe Zawinul (Weather Report), attivo sul panorama italiano da 30 anni ed al fianco di Richard Sinclair da venti.

“La maggior parte della musica che ho fatto è stata possibile grazie al contributo di quelli che condividevano le mie stesse idee musicali; per questo ora sono felice con i miei nuovi amici e spero di poter registrare presto nel mio studio personale, immerso nella natura. Mi piace ancora viaggiare e suonare dal vivo. Si cresce pensando ai soldi come a una priorità imprescindibile, piuttosto che a cercare di raggiungere la felicità tramite la creatività personale” aveva riferito Richard Sinclair in una sua intervista.

Una cosa è certa, lui sul palco si diverte e lo si è visto anche da come duettava alla chitarra in sintonia con Francesco Festinante (foto) con il quale collabora da due anni e da questa collaborazione è nata la registrazione di un brano e la composizione di brani inediti.

 Sinclair e Festinante

La voce principale della scena di Canterbury, il canto e il basso di Richard Sinclair sono stati una costante fonte di gioia per gli amanti della musica di Canterbury presenti l’altra sera.

Una voce profonda e bassa, la sua, un talento per melodie memorabili, il suo, che pochi possono eguagliare, oltre a una tecnica fantasiosa e fluida al basso.

Per gli intenditori, i brani eseguiti sono stati: "Rifferama", "What’s Rattlin", "Felafel Shuffle", "Out of the Shadows", "What in the World", "Disassociation", "In the Land of Grey and Pink", "Golf Girl" e "Who do you think you are".

L’atteso Richard Sinclair, bassista straordinario, improvvisatore instancabile e vocalist, nel corso degli anni ha portato il proprio contributo a decine di progetti nei territori del rock progressivo e del British Jazz più avanzato.

A Taranto ha confermato di rimanere il portabandiera di una forma di canzone che incorpora armonie sofisticate, influenze ‘popular’ e humor di stampo tipicamente britannico, in una commistione assolutamente unica.


Vito Piepoli (Altri articoli dell'autore)



     "Golf Girl" live with Richard Sinclair at Taranto Jazz Festival 2023


Leggi anche i nostri post su:

 Camel

    Caravan

      The Rome Pro(G)ject

          Mirkojymimusicalproject

Julius Project - Cut the Tongue

Julius Project (1)

     Il Sogno Di Rubik



11/21/20

Soft Machine - 'Fourth / Fifth'

(Articolo già apparso su Debaser)







E' la riproposta in doppio pack - e ovviamente digitalizzata - dei due loro dischi del 1971 e 1972. In totale 14 track. Sono gli album della svolta stilistica che avrebbe portato la "Morbida Macchina" ad avvicinarsi sempre più a una transavanguardia tipo Nucleus (molti dei membri dei Nucleus sarebbero via via entrati a far parte di questa band). Il percorso dei Nucleus e dei Soft Machine è indubbiamente simile: anche i primi approdarono infine a un suono elettronico dalle tinte funky... 



Gli Anni Sessanta si stanno congedando. Con Kevin Ayers e Daevid Allen che ormai scorrazzano per conto proprio (l'australiano Allen a quanto pare non può rientrare in Inghilterra per un problema di passaporto e darà vita ai Gong in quel di Parigi) e Robert Wyatt che pensa di abbandonare il gruppo per fondare i Matching Mole (ha già inciso un album in proprio e Fourth sarà l'ultima sua collaborazione con la Machine), è il tastierista Michael Ratledge a prendere in mano le redini. Il resto della band è formata dal suddetto Wyatt - tuttora - ai drums, dal sassofonista Elton Dean e da Hugh Hopper al basso. Questi ultimi due, insieme a Ratledge, costituiranno il nocciolo del gruppo anche in Fifth.



Fourth è il loro primo disco completamente strumentale e si avvale dell'apporto di Marc Charig (tromba), Roy Babbington (contrabasso), Nick Evans (trombone), Jimmy Hastings (flauto, clarinetto) e Alan Skidmore (sax tenore). La virata decisa verso la fusion di rock e jazz - già intravista in Third - si compie qui. Il jazz rock è ovviamente presente nei primi lavori dei Soft Machine (chi non ricorda lo splendido "Out-Bloody-Rageous"?), così come in quelli di tutti gli altri gruppi della scuola di Canterbury, ma lì era contraddistinto da un sound più caldo e impreziosito dalle melodie di Wyatt. Il maggior punto in comune tra Fourth e i lavori precedenti è la razionalità elettronica di Ratledge. La psichedelia primigenea va ricercata tra le righe, e il disco non soddisfa certo i consumatori del progressive ma molto, invece, chi ama Miles Davis, Chick Corea e la musica totale.




Il primo pezzo "Teeth" è una brillante composizione arricchita dagli accenti swing del contrabasso di Babbington, che lascia poi il posto al basso elettrico di Hopper; le cascate pianistiche si alternano con le armonie dei fiati (belle le sfumature del clarinetto di Hastings) e, dopo un furioso "solo" dell'organo di Ratledge, il tutto culmina in un'improvvisazione collettiva. "Fletcher's Blemish" è anch'esso un brano di alta qualità jazzistica in cui l'elegiaco soffio del sax di Elton Dean viene sostituito da un graffiante coro di tutti gli strumenti. "Virtually", suite in quattro parti di Hopper, tradisce la lungaggine e qualche ripetizione di troppo... Insomma, siamo lontani lontanissimi dalle atmosfere di "Moon In June" e "Dedicated To You But You Weren't Listening", anche se non si può non ammirare la virtuosità di tutti.




Un senso di sospensione, di incompiutezza risolutiva, persino nell'ottica di una dimensione cool-jazzistica, si avverte in Fifth. Qui, John Marshall (ex Nucleus ed ex Jack Bruce Band) sostituisce Wyatt alle percussioni, anche se le sessions iniziali videro la partecipazione del batterista di free jazz Phil Howard. Marshall è altrettanto bravo di Wyatt e senza ombra di dubbio molto più "tecnico", ma per molti l'abbandono del folletto e membro fondatore significò l'inizio del declino dei Soft Machine. Anche in Fifth non c'è traccia dei canoni di quel rock psichedelico (per molti versi giocoso e zappiano) della prima ora. Rabbia & Energia sono sì presenti, ma, a conti fatti, Fifth ricalca senza molta fantasia il quarto album (soprattutto in "As If", "All White", "Drop"), di cui può considerarsi un pendant. Nessun timbro esistenziale bensì freddo estetismo, e l'impressione conclusiva è che i musicisti siano alla ricerca di un finale liberatorio che però non arriva.



***

   Un'altra voce: 

«I signori di Canterbury. Esordio scoppiettante, secondo disco fondamentale, che getta le basi per il rock di Canterbury, terzo disco monumentale. Lodi infinite a Wyatt, Ayers, Ratledge e soci. Dopo Third e l'ottimo Fourth con l'abbandono di Wyatt, la virata Jazz-Rock che ha prodotto comunque buone cose (Six). Immensi.»


La "Scuola di Canterbury" comprendeva, tra, gli altri, Soft Machine (qui nella foto), Gong, Caravan e Camel



#jazzrock 

"Eravamo quattro futuri bandleader e per la maggior parte del tempo eravamo in guerra gli uni con gli altri per questioni di ego: una vera e propria lotta per il potere. Avevamo tutti opinioni molto precise."
                                                            (Daevid Allen)

Quando esce Fourth, sembra passato un secolo rispetto all’esordio. Abbiamo constatato che la maturità dei Soft Machine, in Third, è ai vertici, pur avendo perso qualcosa dell'"ingenuità" beateggiante dei primi giorni. Ora sta saltando fuori, decisamente, la personalità di Mike Ratledge, che inizia a svettare sulle idee di Robert Wyatt.
Il batterista dei Soft Machine non ci sarà già più al momento dell'uscita di Fifth...  Ratledge cerca di avvicinarsi il più possibile agli album di Miles Davis. Wyatt, sbattuto fuori dalla sua band, fonderà i Matching Mole (che sono la vera continuazione dei Soft Machine dei primi anni). In Fifth suoneranno, al suo posto, Phil Howard sul primo lato e John Marshall sul secondo: due batteristi dallo stile diverso, che dividono il disco in due metà. Questo primo album della band senza Robert Wyatt risulta  per certi versi più affine agli atti dei Nucleus, i cui componenti saranno pressoché gli stessi dei nuovi Soft Machine.

    Anche dopo, ci sarebbero stati altri capolavori. Come l'ammaliante "The Tale of Taliesin"



Commenti 

Pulp
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La scena di Canterbury è ricca di capolavori...dei Soft Machine mi è piaciuto molto Third ma questo devo ancora ascoltarlo. Complimenti, bella recensione! 

47
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fourth è fantastico, fifth mi annoia... 

donjunio
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Bella rece. Io però mi sono fermato al terzo passo, questi non li ho ancora sentiti. 

charley
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Davvero una bella rece, bravo. 

manliuzzo
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Ma che bella recensione! Fourth l'ho ascoltato in parte, Fifth no. E'strano, i Soft Machine mi attirano, ma non riesco a cominciare ad ascoltarli. comunque un'altra rece ci volev, e tu hai colmato benissimo la lacuna. Bravo 

OleEinar
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Conosco solo third, devo approfondire. I successivi a questi come sono? 

supersoul
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Fourth non è da 3, anche se Wyatt fu messo in minoranza dal resto del gruppo, il suo drumming in questo disco è eccezionale. 

Longliverock
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Third è il loro capolavoro. Fourth è un pò inferiore,ma straordinario. Fifth non l'ho ascoltato tutto. 

the green manalishi
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Beh già Third è abbastanza tosto da digerire (ma comunque degno di nota), dici che dovrei beccarmi anche questi? 

Slim
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"Teeth" vale tutto il disco, bellissimo il filmato che gira su Youtube di loro che lo registrano in studio. 

paloz
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Beh, calma... Fifth è una bella schifezzuola, ma il quarto mi era piaciuto non poco. Diciamo, senza contare 5th, un bel 4/ 4 e mezzo... 

Gregor_Lake
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Recensire insieme due dischi dei Soft Machine è in linea con la scelta di unire i due dischi in uno, e questa come quella è forse una nota di demerito, franc. D'altronde due dischi incredibilmente diversi, più che matura svolta il 4, piccolo passo falso il 5 

hjhhjij
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Il voto fa media: Fourth vale ancora 3,5-4 ma fifth non mi è piaciuto affatto, delusione, per me non vale più di 2. 

Hell
HellDivèrs
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Come tutti gli altri... Il voto va solo a "Fourth". 

scaruffoditurno
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interessante anche il blog 

ranofornace
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"no stars by ranofornace" Soft Machine 4 ottimo - 4, Soft Machine 5 - discreto 3

11/08/20

Camel

Quando si accenna ai Camel, il pensiero corre subito a due immagini iconografiche: il cammello che campeggia sulle copertine di molti loro dischi (e per cui il gruppo ebbe addirittura qualche guaio giudiziario con una nota fabbrica di sigarette...) e Andy Latimer che suona il flauto con la chitarra appesa al collo.

 

  





Nei primi album sicuramente la loro musica ha qualche somiglianza con quella dei Caravan, ma questo basta davvero per ascriverli alla Scena di Canterbury? Per molti "studiosi" del progressive rock, i Camel non hanno alcun legame vero con la scena suddetta, se si esclude il fatto che, dopo Moonmadness, Richard Sinclair e qualche altro membro dei Caravan entrò nel gruppo.
Del resto, lo stesso termine "Canterbury" è un concetto nebuloso, se si pensa che quasi nessun complesso della Scena di Canterbury proveniva da quella città di circa 50.000 abitanti non lontana dalla capitale del Regno... 
Ovviamente, il luogo è una scelta di comodo per indicare la tendenza a suonare "Psychedelic Jazz in Rock". Sì, è questo il motivo: molti dei gruppi che vengono fatti rientrare nella Scena di Canterbury fanno spesso ricorso ad elementi di jazz oppure psichedelici; o ambedue insieme. 

[ ... La musica rock-jazz fusion trova probabilmente il suo apice non in Inghilterra ma in Olanda! Andatevi ad ascoltare Present From Nancy, album del 1970 dei Supersister. Più "canterburiani" di così...!  ]




La storia dei Camel ebbe inizio nel Surrey (Sud-Est dell'Inghilterra, alle porte di Londra). Il periodo: metà Anni ’60. Un giovane chitarrista capace anche di suonare il flauto, tale Andrew Latimer, forma una band: The Fantom Four. Attivi localmente, nel '68 costoro si ribattezzano "Strange Brew", in seguito semplicemente "The Brew". Il posto di bassista viene occupato da Doug Ferguson, a cui segue l’entrata nel gruppo nel 1969 del batterista Andy Ward, all’epoca quattordicenne.

Una delle demo di The Brew finisce nel 1971 nelle mani dell’ex produttore dei Beatles, Dick James. James li convince a fare i sessionmen per un album del tastierista Phillip Goodhand-Tait. Disco che non ha alcun riscontro commerciale. Ma l’esperienza con quel tastierista spinge i ragazzi a mettere un annuncio per trovarne uno di ruolo. Una risposta arriva da Peter Bardens, il cui curriculum elenca collaborazioni con Mick Fleetwood, Peter Green, Rod Steward, Beryl Mardsen, Van Morrison...

 


 
Novembre 1971: cambiano nome ancora una volta. Ora si chiamano appunto "Camel", e i Camel, nella formazione classica (Peter "Pete" Bardens alle tastiere, Andrew "Andy" Latimer alla chitarra, alla voce e al flauto, Doug Ferguson al basso, Andy Ward alle pelli), giungono a una certa credibilità grazie a una serie di concerti, tanto da ottenere un contratto discografico con la MCA. Verso la fine del 1972 iniziano le registrazioni dell'LP Camel, che uscirà nel febbraio del 1973. 

Camel rivela influenze dei Pink Floyd sydbarrettiani ("Mystic Queen"), dei Jethro Tull (assolo flautistico in "Never Let Go") e dei Soft Machine e di Brian Auger per la scrittura jazzistica dell'organo. È Pete Bardens la colonna portante del gruppo. Come detto, Bardens non era Mister Nobody: aveva suonato nei Them con Van Morrison, aveva accompagnato Rod Stewart e aveva alle spalle due album solisti: The Answer (Transatlantic, 1970), con Peter Green alla chitarra, e un album eponimo (Transatlantic, 1971).
Ascoltando oggi Camel, ci sorprendiamo piacevolmente per l'equilibrio tra grinta e atmosfere bucoliche... Sono sette tracce - alcune di 4 minuti circa, le altre di 6 minuti circa - che tradiscono appena qualche ingenuità. Con la voce di Peter Bardens che riesce a piacere (almeno a noi) più di quella di Latimer.

L'album non ebbe successo. Di conseguenza, i Camel decisero di lasciare la MCA Records e di passare alla Decca.




Mirage (1974) si apre con "Freefall", dove la chitarra di Andy Latimer è protagonista in un magnifico duetto con l'organo di Bardens. Segue, come da regola, una canzone delicata ma pimpante, "Supertwister", costruita su misura per il flauto di Latimer. "Nimrodel: The Procession / The White Rider" (ispirata al Signore degli Anelli di Tolkien) è una suite molto evocativa: atmosfere fiabesche e medievali, con tanto di marcia trionfale iniziale, rulli di tamburi, campane. Il resto del disco si snoda tra funambolismi e passeggiate attraverso paraggi sonori meno frenetici. Il pezzo forte di Mirage è "Lady Fantasy", 13 minuti di musica splendidamente eseguita, assai affascinante. 



Neanche quest'opera riscosse successo in Inghilterra ma permise ai Camel di farsi notare nella West Coast degli USA, conducendoli a un tour di 3 mesi in quella regione. Si iniziava a decollare...



 La band







1975. La musica progressive è in procinto di tramontare e i Camel non si possono definire esattamente "commerciali". Tuttavia il quartetto inglese ha ormai un proprio stile. Ebbene: decidono di affinarlo. 
Bardens, Latimer, Ferguson & Ward hanno all'attivo due ottimi album e ne sfornano un terzo che piace - e piacerà - agli amanti del progressive. Soprattutto a coloro che non hanno nulla da ridire contro le linee melodiche chiare. The Snow Goose è una suite in sedici sezioni caratterizzata da temi di natura classico-romantica. Il discorso pentagrammato è ulteriormente snellito rispetto ai primi due dischi. Brillante Latimer al flauto. Ma ci stiamo allontanando sempre più da Canterbury...
 Ispirato all'omonimo racconto dell'autore americano Paul Gallico è, questo, un concept scritto in sole due settimane in una sorta di ritiro dentro un cottage del Devon. (Saranno poi costretti a cambiare il titolo del disco in Music Inspired by The Snow Goose per le obiezioni sollevate - per vie legali! ma perché? - dallo scrittore.) 
Le parti vocali, da sempre non molto diffuse negli album dei Camel, svaniscono interamente qui, lasciando l'ascoltatore da solo con le suadenti note della chitarra di Andy Latimer e con il piano struggente di Bardens. E in più il flauto, certo. Un po' troppo mieloso il tutto...
Ad ogni modo! Il racconto è ambientato durante la ritirata di Dunkerque del 1940. The Snow Goose (di Gallico) narra dell'amicizia tra un solitario e deforme guardiano del faro dell'Essex e un'oca delle nevi che è ferita. Ambedue assistono impotenti e stupefatti alla disfatta delle truppe anglo-francesi... I Camel rendono bene la narrazione del romanziere usando la forma prettamente musicale. Molti passaggi tuttavia risultano soporiferi. Ma che importa? Il successo dà loro ragione: saranno invitati a tenere un concerto nella Royal Albert Hall insieme alla London Symphony Orchestra. (Ott. 1975.) E risulterà un 'tutto esaurito'.




Moonmadness (1976) è un altro esempio di pop sinfonico, ma ritorna il cantato, con l'aggiunta di qualche impulso jazz e con Pete Bardens ai tasti e Andy Ward alla batteria più in forma e più convinti che mai. È un riflusso di vita, dunque, nei suoni dei Camel. Si è ai livelli di Mirage... 
Molto bella e suggestiva "Spirit Of The Water", quarta traccia.

                                

Rain Dances (1977) segna l'entrata di Richard Sinclair (Caravan) al basso e al canto, al posto di Ferguson. Il sound diventa più decisamente "jazzy". All'album collaborano Eno (suoni elettronici, effetti di studio) e Mel Collins (sassofonista, ex King Crimson). Già la prima traccia colpisce nel segno: la stupenda "First Light"... La seconda, "Metrognome", è ugualmente piacevole, ritmica, mossa e ben eseguita. Ma manca, nel full-lenght, l'organicità, e alcuni fan della band hanno come l'impressione di uno sbandamento e una perdita d'orientamento, mentre per altri è questo invece il loro album più originale e meglio suonato. In generale dobbiamo ammettere che non c'è quella certa coerenza stilistica degli album precedenti. Tuttavia, si ha in Rain Dances, come detto, un suono più jazzato, non solo grazie a Richard Sinclair, ma anche perché, con Fiona Hibbert all'arpa, Martin Drover al flugelhorn e Malcolm Griffiths al trombone, i Camel dispongono di una piccola orchestra jazz.

Breathless dell'anno successivo rappresenta - grazie soprattutto a Mel Collins e Richard Sinclair - un nuovo vertice nella carriera dei Camel: una serie di composizioni gentili di buon livello, con il canto che torna a essere centrale. Nessuna delle nove songs è da scartare: tutte dolci e gradevoli. Bella la voce di Richard Sinclair in "Breathless", "Down on the Farm" e "Summer Lightning". Qualche divagazione jazzrock, poche sperimentazioni.


Dopo questo lavoro, Pete Bardens lascia il gruppo per riprendere la carriera solista (formerà i Mirage proprio con Richard Sinclair). A lui succedono Dave Sinclair (cugino di Richard) e Jan Schelhaas (due tastieristi!), entrambi provenienti dai Caravan, mentre Latimer è ora il leader indiscusso.




L'album del 1979, il loro settimo in studio, I Can See Your House from Here, è in generale in stile pop, softrock, con qualche pezzo dance. Invano si cerca di trovare l'ispirazione di Breathless. È, finora, il loro disco più debole, a detta di tanti recensori. Tuttavia, paradossalmente, segna il ritorno nelle classifiche degli album più venduti (nel Regno Unito in primis, dove raggiunge la 45. posizione), per la prima volta dopo Snow Goose. E ciò malgrado i pubblicitari abbiano difficoltà a rendere il prodotto appetibile alla massa, a causa della cover che mostra un astronauta crocefisso che, dall'alto, osserva la Terra. 


Al termine del tour, i cugini Dave e Richard Sinclair abbandonano il gruppo, sostituiti dal tastierista Kit Watkins, già leader degli statunitensi Happy The Man, e dal bassista (ma è polistrumentista) Colin Bass.

Due anni dopo, un concept album dal titolo Nude. Intanto anche Watkins ha lasciato il gruppo, sostituito da Duncan Mackay (che, al keyboard, è stato presente nei primi tre album di Kate Bush). Nude racconta di un soldato giapponese abbandonato in un'isola del Pacifico dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale e ritrovato solamente trent'anni dopo. (Una storia autentica.) Qui, i Camel tornano al rock o meglio pop progressivo dalle melodie semplici di The Snow Goose, con una ripresa di atmosfere pinkfloydiane. Album dignitoso, con qualche traccia ("Drafted" ad esempio) che ha la funzione di canzone orecchiabile.

The Single Factor (1982) vede all'opera ben cinque tastieristi: Latimer, Mackay, il produttore Hydne Bendall, Anthony Phillips di genesisiana memoria e Francis Monkman degli Sky. Un sound che ricorda l'Alan Parsons Group, con melodie tra il rock e la neoclassica tipo E.L.O. Il "fattore singolo" del titolo potrebbe riferirsi al fatto che Latimer è rimasto ormai l'unico dei membri originali. Infatti, anche Andy Ward ha lasciato il gruppo, per gravi motivi personali. (Pensieri suicidali causati da alcool e droga...) 




Stationary Travel (1984; concept ambientato nella Berlino divisa in due dal Muro) reitera senza sorprese la scrittura di Nude. Ma anche quella dell'album successivo a Nude e precedente a questo, The Single Factor, con tastiere a manetta e, alla voce, Chris Rainbow, dell'Alan Parsons Group.

Segue un periodo di silenziosa crisi - ben otto anni - e Latimer, trasferitosi a Los Angeles e ormai padrone unico del marchio, incide nel '92 Dust and Dreams, ispirato al romanzo Furore di Steinbeck (musica ancora dettata dall'influenza dei Pink Floyd).
Nuova base operativa è Mt. View (CA) e la realizzazione di questo e degli album successivi è resa possibile dalla neoformata Camel Productions. Dust and Dreams viene inciso peraltro con l'apporto di nuovi sessionmen. Ha un tono malinconico ed esprime concetti profondi. Nella foto in copertina (in bianco-e-nero) è mostrato un bambino, in quella del retro (sempre in bianco-e-nero) un vecchio: a significare il viaggio della vita.

[ Anche Bardens intanto si è trasferito a Los Angeles e tenta in tutti i modi di sfondare nella musica commerciale, ma senza riuscirci. Lascerà questo mondo nel 2002, a soli 57 anni, per un  cancro ai polmoni. R.I.P., mitico Pete. ]


E il progressive in tutto questo dov'è?
Beh, Andy Latimer in realtà parlando della propria musica non la considerava esattamente progressive rock. Lui la chiamava "emotional music"... Ad ogni modo, ascoltando bene, il progressive (rock...?) è ancora presente. 




Harbour of Tears del 1996 è un album autobiografico sulle radici irlandesi di Latimer. Suo padre è morto nel 1993 e il musicista-compositore-cantante compie una ricerca genealogica alla ricerca del passato della propria stirpe. Ecco uscirne fuori, dunque, questo concept-album che parla delle famiglie costrette ad abbandonare la propria terra e cercare fortuna su litorali e continenti lontani. Belle canzoni e non mancano momenti di buona ispirazione melodica (l'assolo chitarristico che chiude "For Today"). Il disco offre un copioso fioccare di temi che restano in testa. Ma di prog vero o comunque di sperimentalismo c'è ben poco. 






Rajaz (1999) e A Nod and a Wink (2002) sono buoni prodotti artrock in cui, oltre alla solenne tranquillità pinkfloydiana, ci sono momenti ispirati ai Genesis della seconda metà degli Anni Settanta.

Rajaz: atmosfere orientaleggianti, con il brano intitolato proprio così - "Rajaz" - a significare il canto dei poeti che accompagnavano la carovana usando una metrica che si accordava con il passo del cammello...

The music of poets once carried caravans across the great deserts. Sung to a simple metre of the animal's footsteps, it transfixed weary travellers on their sole objective... journey's end. This poetry is called "Rajaz". It is the rhythm of the camel.

... e "Lawrence", possente brano dedicato a Sir Thomas Edward Lawrence, noto come "Lawrence d'Arabia". 
Rajaz è un album che vuole trasportarci, riuscendovi, in luoghi distanti e atmosfere esotiche.  





 

In continua evoluzione musicale, con nuove idee motivate dal successo del precedente lavoro, l’ultima fatica per il cammello porta ancora una volta un cambio di rotta. La magnifica copertina è la sintesi perfetta di questo particolare e coraggioso disco, atmosfera fiabesca e il passare in lontananza di un treno a vapore che si muove verso chissà dove! Proprio il fischio di una locomotiva apre il disco, seguito dal frizzante flauto di Latimer; la canzone è completata da un finale carico di angoscia e malinconia. 
Le composizioni di A Nod and a Wink sono slegate concettualmente, ma unite dal un comune significato: la magia dell’esistenza. Il brano migliore è "Fox Hill", che è anche il brano più vario e progressivo di tutto il lotto. 
Disco suonato e prodotto benissimo. Da segnalare "For Today", un pezzo commovente dedicato alle vittime dell'11 settembre 2001.





Una lunga malattia colpisce Andy Latimer, ma i Camel tornano con un tour europeo nel 2013 e subito dopo esce una rinnovata versione di The Snow Goose, dedicata da Latimer allo scomparso Peter Bardens. A questo punto del loro viaggio, i Camel sono formati da Andrew Latimer (chitarre, fiati, tastiere); Guy LeBlanc (tastiere); Denis Clement (batteria, percussioni); Colin Bass (al basso).

Di nuovo in giro per l'Europa nel 2014, con due tappe italiane nel mese di marzo (a Torino e a Vicenza). 2015: nuovo tour sul Vecchio Continente per Andy Latimer e la sua band (dal 6 al 25 luglio). E l'anno successivo suonano in Giappone dal 18 al 22 maggio...


Album in studio

1973 - Camel
1974 - Mirage
1975 - Music Inspired by The Snow Goose
1976 - Moonmadness
1977 - Rain Dances
1978 - Breathless
1979 - I Can See Your House from Here
1981 - Nude
1982 - The Single Factor
1984 - Stationary Traveller
1991 - Dust and Dreams
1996 - Harbour of Tears
1999 - Rajaz
2002 - A Nod and a Wink

Inoltre: dozzine di album dal vivo e compilation. Tra queste ultime consigliamo Lunar Sea (1973-1985). Ottimo anche il doppio A Live Record (1978). 











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