Il Rockpalast è una trasmissione/serata (o festival) rock che fin dagli Anni Settanta viene organizzata e trasmessa dal Westdeutscher Rundfunk o WDR, uno dei terzi programmi televisivi tedeschi.
Nel video:lo show del quartetto svedese MaidaVale (rock psichedelico / sperimentale) del marzo 2020 al Rockpalast. La sede: il locale 'Harmonie Bonn'... a Bonn, appunto.
Il Rockpalast si tiene ovviamente in club e sale di concerti della parte occidentale della Germania ("Westdeutsch", lo dice anche il nome) e, più precisamente, nella Vestfalia e nella Renania. (Essen, Dortmund, Colonia, Düsseldorf ecc.)
>>>> Qui c'è l'elenco completo di tutti i gruppi che si sono succeduti sul palco - o sui vari palchi - del Rockpalast, e che sono stati trasmessi in TV dalla WDR. Dalla A alla Z! <<<<
Pongono le loro radici nel rhythm and blues per poi giungere al rock psichedelico e a quello progressivo, grazie anche all'uso del Mellotron (Michael Pinder). Fu questo il marchio di fabbrica di The Moody Blues nel periodo aureo, dal 1967 al 1974. Rispetto ad altri gruppi definiti progressivi, loro prediligono però la forma "canzone", con melodie ad ampio respiro. Esempio calzante è il loro più grande successo, "Nights in White Satin" del 1967.
A tutt'oggi è una delle rock band più longeve della storia, con oltre 50 anni di attività live e 70 milioni di dischi venduti.
Ah, eccola: "Nights In White Satin"!
Quando si parla dei Moody Blues, si pensa subito a questo pezzo.
La lunghezza, 7 minuti e 37 secondi, che eccedeva di molto la lunghezza media di un singolo, fece sì che il brano non divenisse popolare subito. Esistono due versioni denominate 'single edit', entrambe senza la partecipazione dell'orchestra, elemento invece predominante nella versione dell'album.
"I’m a melancholy man, that’s what I am,
All the world surrounds me, and my feet are on the ground.
I’m a very lonely man, doing what I can,
All the world astounds me and I think I understand
That we’re going to keep growing, wait and see."
"Melancholy Man"
I primi sette LP sono quasi un'esperienza religiosa per i fan del gruppo. Per via dei testi e delle atmosfere musicali completamente nuove. È un approccio poetico all'esistenza - poetico e per certi versi misticheggiante, pur se in maniera laica.
Questo è il disco del 1971, il sesto: Every Good Boy Deserves Favour
Già l'artwork era alquanto speciale
Una registrazione che spiega (quasi) tutto: The Moody Blues live at the Isle Of Wight Festival 1970
Facciamo un momentino un salto quantico e diamo una sbirciatina ai Moody Blues del 1999. Strange Times (ultimo album con il flautista e cantante Ray Thomas) vede l'aggiunta di un musicista italiano: Danilo Madonia — tastiere, organo, orchestrazione - e qui anche sound engineer.
La formazione è: Justin Hayward — vocals, guitar; John Lodge — vocals, bass guitar, guitar; Ray Thomas — vocals, flute, tambourine; Graeme Edge — drums, percussion, vocals.
Madonia, genovese, e in Italia molto noto nell'ambito della musica leggera, collaborò con i Moody Blues durante un suo soggiorno londinese di due anni e mezzo.
... mentre quella seguente è una loro canzone amata dai fans della prima ora. Pensiamoci bene: fu scritta prim'ancora dell'uscita di Sgt. Pepper, dei Beatles.
"Now you know that you are real,
Show your friends that you and me
Belong to the same world..."
Un altro capolavoro, tra i loro "standard". Per molti, un'esperienza trascendentale!
Nel 1969 la musica dei Moody Blues era progredita a tal punto che il primo dei due album di quell'anno, On the Threshold Of A Dream, viene considerato punto di riferimento per i Genesis e i King Crimson. Il tema ricorrente del disco è incentrato sull'"esplorazione dei sogni". La suite finale è composta da un poema e da 4 brani: idea molto innovativa per l'epoca.
Ecco un brano da Octave (1978), nono album di The Moody Blues. Michael Pinder, il tastierista, qui già è in procinto di lasciare la band (si era fatto una famiglia in California) e presto al suo posto subentrerà l'ex-Yes Patrick Moraz (e il suono dei Moody Blues assumerà connotazioni "moderne"... nel senso di "discotecare"!). Pinder rimarrà nella storia come pioniere del Mellotron; tra l'altro introdusse il Mellotron al suo amico John Lennon e i Beatles lo avrebbero utilizzato in "Strawberry Fields Forever".
Moody Blues. Commerciali anche nel primo decennio di attività... ma con quel 'quid' di progressive che attira sempre l'attenzione.
Poche altre parole su questo gruppo.
Ray Thomas (R.I.P. 2018), suonava il flauto e cantava. Ma era soprattutto un bravo compositore. Scrisse, tra il 1967 e il 1972, alcuni classici della band, come "Dear Diary", "Legend of a Mind (Timothy Leary's Dead)", "And the Tide Rushes In" e "For My Lady", tra gli altri, prediligendo spesso uno stile vicino al folk.
Ray Thomas è in basso a destra
Il gruppo esiste ancora (!). I membri originali tuttora presenti sono: Graeme Edge - batteria, percussioni; Justin Hayward - chitarra elettrica ed acustica, voce; John Lodge - basso elettrico, chitarra, voce. Hayward iniziò a scrivere la maggior parte delle canzoni dei Moody Blues a partire dall'album The Other Side of Life del 1986, dal momento che Ray Thomas diede sempre meno il suo apporto.
John Lodge
Quello sottostante è un album del 1969 (il secondo in quell'anno) e dunque del periodo d'oro. Disco certamente proto-progressive se non progressive 'tout court'!
Discografia (parziale)
Days Of Future Passed (1967)
In Search of the Lost Chord (1968)
On the Threshold Of a Dream (1969)
To Our Children’s Children’s Children (1969)
A Question of Balance (1970)
Every Good Boy Deserves Favour (1971)
Seventh Sojourn (1972)
Caught Live +5 (1977)
Octave (1978)
Out Of This World (1979)
Long Distance Voyager (1981)
The Present (1983)
The Other Side Of Life (1986)
Sur La Mer (1988)
Keys Of The Kingdom (1991)
Strange Times (1999)
Hall of Fame: Live At the Royal Albert Hall (2000)
Jon Hiseman, il batterista, era scettico o addirittura riluttante quando, negli Anni Novanta, gli proposero di riformare la band; fatto sta che l'interesse per i Colosseum era ancora vivo e, anzi, a distanza di vent'anni dagli album "classici", tale interesse risultava addirittura aumentato grazie agli eccellenti lavori dei vecchi componenti con nuove, svariate formazioni. Una volta, Hiseman si trovava in tournée in Germania quando lo convinsero a cedere alle insistenze degli appassionati. Così il gruppo rinacque, e lo fece con uno storico "Reunion Concert" al festival-tenda di Friburgo nel giugno 1994, seguito da un concerto all'E-Werk di Colonia.
La storia dei Colosseum (I & II)
I britannici Colosseum devono essere ascritti più al blues/jazz rock che al progressive, ma vengono riportati nelle enciclopedie di entrambi i generi musicali. Fu il gruppo che servì da pedana di lancio per il tastierista Dave Greenslade, il drummerJon Hiseman cui abbiamo già accennato, il sassofonista Dick Heckstall-Smith, il chitarrista James Litherland e il bassista Tony Reeves: tutti nomi che poi avrebbero fatto un percorso straordinario sotto altre egide e con altri compagni di viaggio.
I primi due album vengono tuttora reputati i migliori dei primi Colosseum: Those About To Die Salute You (1969)eValentyne Suite(stesso anno).
Hiseman si era fatto le ossa nel power blues di John Mayalle la sua specialità era sposare il suono blues con una solida sezione ritmica di impronta rock. Praticamente i Colosseum fecero col blues ciò che i Soft Machine di Third avrebbero fatto (o stavano già per fare) col jazz.Mentre ancora Those About To Die Salute You sa troppo di blues, il secondo album,Valentyne Suite, offre un gruppo maturo e up-to-date, più aperto alle sperimentazioni e con sfumature psichedeliche.
Ai Colosseum I si devono anche Daughter of Time ('70), Grass Is Greener ('70: è l'album "americano"), Colosseum Live('71), Collector's Colosseum ('71).
Per referenze e similitudini, vedi Greenslade, Mogul Thrash, Tempest. (I Tempest furono la parentesi "hard" della carriera di Jon Hiseman.)
Da notare ancora che nel 1969 si cominciava appena a parlare di rock progressivo... (Il primo disco prog in assoluto viene da molti considerato In the Court of the Crimson King, celebre debutto dei King Crimson.)
I Colosseum II (quelli senza Greensdale, per intenderci) sono responsabili di un fusion/progressive tipo Brand X, Arti+Mestieri e simili. A me ricordano occasionalmente i Tangerine Dream.
Gli album di questa (seconda) formazione, che tra le loro fila vedeva Don Airey alle tastiere, Gary Moore alle chitarre, John Hiseman alla batteria e John Mole al basso, sono: Strange New Flesh ('76), Electric Savage ('77), Wardance ('77), Variations ('78).
Tra i nomi che rotearono attorno ai Colosseum II c'è da aggiungere quello del cantante Mike Starrs. Sebbene la musica del gruppo fosse prevalentemente strumentale, Starrs partecipò a Strange New Flesh. I primi tre album dei Colosseum II sono considerati una trilogia. Il quarto album (Variations) consiste in arrangiamenti di un tema di Nicolò Paganini; alla sua realizzazione presero parte anche Rod Argent, Phil Collins e Herbie Flowers.
Suonarono con i Colosseum (I e/o II) Chris Farlowe (voce; dal 1970), Mark Clarke (basso e voce; dal 1970), Clem Clempson (chitarra e voce; dalla fine del 1969), Barbara Thompson (dal 2004; vedi poco sotto).
Come abbiamo visto, il gruppo tornò a riunirsi nel 1994 in occasione della registrazione di un doppio album + DVD dal vivo a Colonia, e lo fecero con gli stessi musicisti presenti in The Grass Is Greener del 1970 (il disco "americano"). Vennero ripubblicate anche versioni estese di Valentyne Suite e diColosseum Live(disco del 1971 secondo me tra i migliori 10 mai realizzati in assoluto), nonché diverse "compilation".
La moglie di Hiseman, la sassofonista Barbara Thompson, si aggregò alla band dopo la morte di Dick Heckstall-Smith nel 2004.
I Colosseum III, per così dire: quelli con la Thompson
Sintetizzatore oscillante e splendidi assoli di chitarra, insieme a testi con atmosfere misteriose o "end of the world" (ispirati, a quanto pare, alle opere di certi grandi nomi della letteratura fantastica). È cambiato qualcosa dal loro debutto a oggi? Diremmo che, in concreto, i milanesi Silver Key sono rimasti fedeli a se stessi!
Il loro terzo album è del giugno 2019, e segna il passaggio a una dimensione 'alia' che potremmo chiamare di crescita consapevole, se non fosse che anche nei primi due lavori il gruppo si presentava propositivo nelle idee e tecnicamente già all'apice. Third - questo il titolo del loro ultimo lavoro - vede la band senza più i membri fondatori Yuri Abietti, cantante e compositore principale (Yuri ha lasciato "per inconciliabili divergenze personali e artistiche con gli altri membri"), e Viviano "Vivio" Crimella, batterista. Al termine di un annoso cammino che era iniziato con cover dei Marillon e sfociato in figure ispiratrici della narrativa fantasy e fantascientifica (Lovecraft in primis; tra l'altro il gruppo ha preso il nome proprio dal titolo di un racconto del celebre scrittore visionario... e poi Asimov, Philip K. Dick, Orwell...), gli attuali pilastri sono Davide Manara ai tasti (comunque presente fin dal 1992), Ivano Tognetti - basso - e Roberto "Buc" Buchicchio - chitarra elettrica e acustica - (entrambi dal 2013). E il nuovo cantante è Dino Procopio, che (come Abietti) potrebbe senz'altro far parte di qualsiasi gruppo angloamericano, pur se il suo stile è diverso da quello del predecessore.
Dato che, anche per i fan più affezionati, la mancanza di Yuri Abietti rappresenta una cesura dolorosa, più che parlare di crescita possiamo dire che la band era chiamata a confermare se stessa, a giustificare - quasi - il prolungato dasein. E c'è riuscita con una mutazione impercettibile, pur se concreta, virando verso un progressive "dark" a tratti rogerwatersiano, poi ancora industrial. La copertina di Third è una fotografia, debitamente effettata, di una porta dell'ex manicomio di Limbiate. "Ci sembrava giusto fosse pertinente ai contenuti dell'album" spiega Buchicchio.
"Dim Carcosa"(narrazione tratta da "The King in Yellow" di R.W. Chambers)
Percorriamo un po' il divenire discografico del gruppo. Venti anni dopo essersi formati ed essersi fatti conoscere suonando dal vivo, arriva il primo album: In the Land of Dreams (2012; etichetta: Ma. Ra. Cash). Debutto senza dubbio lodevole, che si lascia riascoltare volentieri. 13 tracce in qualche maniera legate tra di esse e dove si fa fatica a trovare sfasature. Diciamo pure che non ce n'è: abbiamo a che fare con un blocco ben solido e dotato di splendidi intarsi. In pratica, Yuri Abietti (vocals, acoustic guitar, sampler), Davide Manara (keyboards, synths, sampler), Viviano Crimella (drums), Alberto Grassi (bass), Carlo Monti (lead, acoustic and classical guitar), con l'aiuto di qualche collaboratore "esterno", sono partiti in quarta, in maniera assai convincente. Suggestivo anche l'artwork curato da Claudio Bergamin (https://www.facebook.com/claudiobergamin.art), che come illustratore ha collaborato, e collabora, con gruppi e artisti del rango di Ayreon, Arjen Lucassen, The Flower Kings, Judas Priest... I brani si snodano rivelandoci oscure, fantastiche città. Ci viene suggerito un senso di oppressione in cui accettiamo di calarci quale gioco intellettuale e non solo. Sembra quasi di toccare con mano i muri ricoperti da strane muffe... La musica è grandiosa.
"Adrift" (dal secondo album. "Adrift" è la ballata di un astronauta che si perde nello spazio)
The Screams Empire (2015, sempre per la Ma. Ra. Cash) ribadisce la loro vena creativa nonostante il cambio di formazione. Al momento dell'uscita della seconda pubblicazione, infatti, i Silver Key sono: Yuri Abietti (vocals, acoustic guitar), Davide Manara (keyboards, synths, samples), Viviano Crimella (drums), Ivano Tognetti (bass), Roberto Buchicchio (lead and acoustic guitar). Il tema: futuro distopico. Solitudine esistenziale e abbondanza tecnologica non necessariamente vantaggiosa per l'umanità. La band suona in scioltezza e la voce di Abietti ha più che mai venature e nuances à la Michael Stipe (quello dei R.E.M., proprio). Lavoro molto valido anche questo. Per non dire superlativo. Cover art di Daniele Aimasso (https://www.nerogallery.com/tag/daniele-aimasso).
"Ulysses" (da 'Third')
"Last Love" (da 'Third')
Third (feat. Davide Manara keyboards, synths and samples, Dino Procopio vocals e testi, Ivano Tognetti bass, Roberto Buchicchio lead and acoustic guitar) (Ma. Ra. Cash, 2019) è composto da 5 brani lunghi e spiccatamente "prog" e 5 brani meno lunghi, elegiaci e risolutivi. Questi ultimi, considerati insieme, formano una sorta di suite. "5" è del resto la cifra speciale dell'album, che racconta cinque storie umane. L'intreccio è simile a quello di un romanzo animato da svariati protagonisti (un pentagramma esistenziale, appunto) i cui fili, anche se non sembra, sono destinati a intrecciarsi. Ho letto da qualche parte di "volontà schopenhaueriana" a proposito di questo concept, ma a me viene più da pensare ai giochi del caso (o del fato), a coincidenze e necessità di vita. Il tutto ovviamente nella solita cornice di apocalissi incombente. Musicalmente, l'elemento aggiunto è Mr. Drummer, responsabile anche di "Special effects and Ambience". Oltre 50 minuti di ascolto soddisfacente e da dover reiterare, come la visione di un film bizzarro e drammatico che si vuole assorbire in toto, fotogramma per fotogramma.
1. A common soldier (7:16)
2. V.R. (7:00)
3. Ulysses (7:37)
4. I Wish (5:15)
5. Last Love (6:09)
6. A rude awakening (4:13)
7. Back to the present (3:29)
8. Murder (4:07)
9. Endless war (3:06)
10. The door shuts (2:55)
Oggi esistono diverse band che si chiamano "Ivory" o che hanno la parola "Ivory" come parte del loro epiteto. Esiste la band Ivory da Minsk (suonano un epic metal "sinfonico"), esistono gli italiani Ivory Moon... per tacere degli Ivory Tower, degli Ivory Wave, dell'Ivory Band... e c'è anche un gruppo progrock di Brema, gli Eyevory, che non è affatto male e la cui fama ha ormai varcato i confini della Germania.
L'album Unrest degli Eyevory è uscito nel 2019
Ma quelli di cui ci interessa parlare qui sono gli Ivory nati in Baviera alla fine degli Anni 70 e fondati da un personaggio interessantissimo, Ulrich Sommerlatte, che arrivò a innamorarsi del rock progressivo a sessant'anni suonati.
Sommerlatte (1914-2002) era berlinese, diplomato al conservatorio, con una carriera davvero invidiabile alle spalle: direttore di svariate orchestre, autore di musiche per film, collaboratore in svariate registrazioni di musica folk tedesca e di jazz... e Arrangeur molto apprezzato.
Veniva comunque da tempi duri. Durante il nazismo aveva formato con alcuni commilitoni e amici musicisti un circolo per protestare contro il boicottaggio, da parte del regime, delle opere di alcuni musicisti (ad es. Paul Hindemith), opere che i nazisti includevano nel libro nero dell'"arte degenerata" (entartete Kunst). Subito dopo la guerra, nel corso della "de-nazificazione" messa in atto dai vincitori, venne internato in un campo di prigionia inglese, dove fondò un'orchestra. Chiesto e ottenuto di poter avere gli spartiti di big band jazzistiche, con la sua Lager-Orchestra suonò la musica degli afroamericani, cosa che gli recò le simpatie degli alleati stelle-e-strisce e gli permise di occuparsi di musica anche nel dopoguerra.
Ad un certo punto della sua vita, mentre fiorisce la sua attività di arrangiatore, ha un brutto infarto: nel 1963, a 49 anni. Al che decide di ritirarsi sulle pittoresche sponde del lago di Schlier (Schliersee), sulle Alpi Bavaresi (e molto più tardi abiterà presso la figlia sul Tegernsee, altro lago sempre in Baviera).
Al primo disco degli Ivory partecipa suo figlio, Thomas Sommerlatte, alle tastiere: proprio come il papà. Il titolo è Sad Cypress e secondo molti suona "alquanto genesisiano". In realtà è un lavoro che ha una propria connotazione, compresa quella punta di classicismo teutonico che ci si attende da un direttore che vanta un tale curriculum. (Pur se i testi sono in inglese... con una sola eccezione, come vedremo subito.)
Contiene 5 brani (che diventano ben 9 con i bonus tracks della ristampa su CD a cura della Musea) e il secondo di questi brani, "In Hora Ultima", è cantato in latino. L'onore tocca al "guest" Antonio Ognissanti, del quale, a parte questa straordinaria e unica presenza, non abbiamo nessunissima informazione.
Line-up - Ulrich Sommerlatte / keyboards - Thomas Sommerlatte / keyboards - Christian Mayer / lead vocals, acoustic & electric guitars - Goddie Daum / acoustic & electric guitars - Charly Stechl / bass, flute - Fredrik Rittmüller / drums Tracks 1. At This Very Moment (3:57) 2. In Hora Ultima (7:12) (guest vocalist: Antonio Ognissanti) 3. Sad Cypress (8:34) 4. Time Traveller (4:15) 5. My Brother (13:52) 6. The Great Tower* (9:44) 7. Incantation* (4:42) 8. Construction N° 2* (2:29) 9. Barbara* (13:45) Total Time: 68:30
*CD bonus tracks
Più di 15 anni dopo, nel 1996, esce il secondo e ben più misconosciuto album degli Ivory: Keen City.
Ulrich intanto è stravecchio, all'album non partecipa Thomas stavolta, e la particolarità è che il Maestro si serve qui del Mädchenchor von Eiselfing (coro delle fanciulle di Eiselfing) - Eiselfing è una minuscola località nell'Oberbayern.
Dettagli circa Keen City (che contiene 12 tracce): su Prog Archives.
Ulrich Sommerlatte morì nel 2002, a 88 anni, circondato dall'affetto dei propri cari.