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12/21/25

'Best of Prog 2025' (secondo noi)

 La classifica di Prog Bar Italia

il "Best of" del 2025

[Naturally this is our personal opinion!]


Best Drummer:                Grégoire Galichet (Kwoon, FRA)


Best Bassist:                Tim Esau (IQ, UK)


Best Keyboardist:       Christopher "Chris" Buzby (Echolyn, USA)


Best Guitarist:      Krister Jonsson (Karmakanic, SWE)


Best Vocalist:     Sondre Skollevoll (Moron Police, NOR)


Best Album:        Dominion (IQ, UK)


Best Band:         Cosmograf (UK)



Gli album dei Cosmograf (alias Robin Armstrong), compreso l'ultimo, The Orphan Epoch, sono su Bandcamp


Best Reissue:                      Aqualung Live (Jethro Tull)


Best New Band:               The Far Cry (USA)


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12/03/25

Gentle Giant

 L’arte di essere contemporaneamente antichi e futuristici



Quando si parla di rock progressivo degli anni Settanta, i nomi che vengono in mente più spesso sono Genesis, Yes, King Crimson o E.L.P. (Emerson, Lake & Palmer). Eppure, esiste una band che, pur condividendo lo stesso decennio e la stessa ambizione enciclopedica, è sempre rimasta un passo laterale, quasi in un universo parallelo: i Gentle Giant.


Nati a Londra nel 1970 dalle ceneri dei Simon Dupree & the Big Sound (un gruppo pop-psichedelico che aveva avuto un hit inatteso con “Kites”), i Gentle Giant erano sostanzialmente tre fratelli ShulmanDerek (voce, sassofono, basso), Ray (basso, violino, chitarra acustica, voce) e Phil (sassofono, tromba, clarinetto) – più Gary Green (chitarra), Kerry Minnear (tastiere, vibrafono, violoncello, voce) e, nel corso degli anni, una serie di batteristi di altissimo livello, da Malcolm Mortimore a John Weathers.



Ciò che li rende unici non è tanto l’eclettismo strumentale in sé (c'erano altri gruppi prog i cui membri erano in grado di suonare venti strumenti diversi), quanto il modo in cui lo usavano: non per fare sfoggio fine a se stesso, ma per costruire un linguaggio musicale che sembrava sempre sul punto di sgretolarsi e invece teneva miracolosamente insieme.Ascoltare un loro brano tipico – “Knots”, “The Advent of Panurge”, “Playing the Game” o la suite “In a Glass House” – è come osservare un puzzle tridimensionale che si monta e smonta in tempo reale. Le voci si intrecciano in contrappunti madrigalistici rinascimentali (Minnear aveva studiato composizione classica al Royal College of Music), le ritmiche cambiano metro ogni tre battute, i timbri si sovrappongono in modi che anticipano di decenni certe cose di Frank Zappa o dei Mr. Bungle, ma con un’eleganza britannica che non scade mai nel puro virtuosismo semi-circense.

     
"Proclamation"


I testi, poi, sono un altro mondo. Derek Shulman era affascinato dalla letteratura, dalla filosofia e dal gioco di parole. Acquiring the Taste (1971) si apre con una dichiarazione di intenti quasi arrogante: «It is our goal to expand the frontiers of contemporary popular music at the risk of being very unpopular». E mantengono la promessa. Parlano di Rabelais, di Knots di R.D. Laing (psichiatria anti-psichiatria), di alchimia, di scacchi, di potere e di libertà individuale, sempre con un distacco ironico che li salva dal didascalismo di tanto prog.

   
"The Advent of the Panurge"

Dal punto di vista sonoro, i Gentle Giant sono la band prog più “polifonica” in senso letterale: ogni strumento ha una personalità, un ruolo melodico quasi costante. Non c’è quasi mai un accompagnamento “di servizio”. Il basso di Ray Shulman non fa solo groove, canta linee indipendenti; il vibrafono di Minnear non colora, guida; la chitarra di Gary Green passa senza soluzione di continuità dal rock al jazz al folk celtico. E, sopra tutto questo, le voci: controcanti a cinque-sei parti, spesso registrate senza overdub eccessivi, che suonano come un coro medievale finito per sbaglio dentro un amplificatore Marshall.



Il periodo d’oro va dal 1970 al 1975: sei album (Gentle Giant, Acquiring the Taste, Three Friends, Octopus, In a Glass House, The Power and the Glory) che rappresentano probabilmente il picco creativo del progressive britannico tout-court.







Poi, come quasi tutti i gruppi del genere, arrivano i compromessi: Free Hand (1975) è ancora eccellente ma più accessibile, Interview (1976) cerca (invano) la hit radiofonica, e dal 1977 in poi la parabola discendente è inarrestabile. L’ultimo album, Civilian (1980), è un onesto tentativo di AOR che però suona come una resa.

Eppure, paradossalmente, è proprio il loro rifiuto di fare concessioni facili che li ha resi un culto. Non hanno mai avuto una “The Court of the Crimson King” o una “Roundabout” che entrasse in heavy rotation. I loro concerti erano eventi per iniziati: partiture complesse, cambi di strumento continui, umorismo surreale (i famosi “giochetti” tra un brano e l’altro in cui si scambiavano gli strumenti o improvvisavano madrigali su richiesta del pubblico).



Oggi i Gentle Giant sono probabilmente la band prog più influente tra i musicisti e meno conosciuta dal grande pubblico. Li citano i Spock’s Beard, i The Flower Kings, ma anche band math-rock come Battles o post-rock come Sigur Rós (ascoltate “Cogs in Cogs” e ditemi se non sentite un antenato di certi loop di Jónsi). Mike Portnoy li ha sempre messi nel suo personal pantheon. Persino i Radiohead dei primi anni devono qualcosa al modo in cui i Giant trattavano la voce come strumento.



I tre fratelli Shulman, dopo lo scioglimento, si sono dedicati alla produzione e al management (Derek ha lavorato con Bon Jovi, Billy Idol, ecc.), ma nel 2004-2005 hanno autorizzato una reunion parziale (con Minnear e Green) sotto il nome “Rent-a-Giant” per qualche concerto celebrativo. Niente nuovo materiale, solo la conferma che quelle musiche, eseguite dal vivo nel 2020 come nel 1972, suonano ancora aliene.

I Gentle Giant non sono mai stati “piacenti”. Non hanno mai voluto essere amati facilmente. Hanno scelto di essere difficili, intricati, ironici, coltissimi e antidivistici. E proprio per questo, a distanza di oltre cinquant’anni, restano una delle esperienze più stimolanti e irripetibili che il rock abbia mai prodotto.Se non li conoscete ancora, iniziate da Octopus (1972). Poi preparatevi a un viaggio senza ritorno.

      "On Reflection"


       LINKS


I Gentle Giant se la giocano con i King Crimson in quanto a virtuosismo... Ecco la loro discografia:


Con la Vertigo

1970 - Gentle Giant

1971 - Acquiring the Taste

1972 - Three Friends

1972 - Octopus


Con la WWA

1973 - In a Glass House

1974 - The Power and the Glory


Con la Chrysalis

1975 - Free Hand

1976 - Interview

1977 - The Missing Piece

1978 - Giant for a Day

1980 - Civilian


      
   

 OFFICIAL 

1/23/25

Beggars Opera

 Beggars Opera: è questa la forma di scrittura esatta (e non Beggar's Opera). 

Il nome si ispira a The Beggar's Opera del poeta inglese John Gay, da cui L'Opera da tre soldi - famosissima - di Bertolt Brecht con musiche di Kurt Weill.

I Beggars Opera hanno una lunga storia, essendo stati fondati nel 1969. Sono un gruppo scozzese di rock progressivo melodico che ebbe notorietà soprattutto agli inizi degli Anni '70, rivaleggiando con i Nice e gli Emerson, Lake & Palmer nel riarrangiare celebri brani di musica classica in chiave moderna. 

Pubblicati i primi quattro album in Inghilterra, nel 1973 i Beggars si trasferiscono in Germania, dove presentano altri due LP, prima di separarsi una prima volta nel 1976. Nei (o meglio con i) Beggars Opera suonarono numerosi musicisti... 

Uno dei fondatori, Ricky Gardiner, collaborò anche con  David Bowie e Iggy Pop. 

 Davanti al Blow Up, Lussemburgo

Act One 

(1970)

Qui, nell'album di debutto, Raymond Wilson alla batteria è esplosivo! Su Raymond o Ray (l'"uomo con il kilt"!) si sa oggi poco o niente, purtroppo. Molti dei componenti originari della band esercitarono poi altri mestieri. 



   "Raymond's Road" (nel 1971 davanti alle telecamere della leggendaria trasmissione tedesca 'Beat Club')


     Waters Of Change

      (il loro secondo album, 1971)

Similmente agli Argent, i Beggars Opera rimasero - in termini di popolarità e successo - sempre dietro ai mastodonti del progressive rock. Fondati a Glasgow nel 1969, si sarebbero sciolti una prima volta nel 1975. Si riformarono brevemente nel 1980 e poi ancora nel 2007.

Martin Griffiths (voce), Rick Gardiner (chitarra e voce), Alan Park (tastiere) e Raymond Wilson (batteria e percussioni) fecero il bis dopo Act One dell'anno precedente, facendo salire a bordo Virginia Scott (Mellotron e voce) e prendendo al basso Gordon Sellar al posto di Marshall Erskine. (Sellar è qui anche alla chitarra acustica e alla voce.)


Pathfinder

(1972)

Si ha spesso l'impressione che si tratti di proto-progressive anziché progressive tout court, e tuttavia Pathfinder è, per i fan della band, un degno successore di Waters of Change. Ricky Gardiner, il chitarrista, ha qui molto più spazio. (Gardiner suonerà poi con Iggy Pop, come detto, e sarà responsabile della bella chitarra incalzante, con la battuta sulla prima nota - "celtica" -, di "The Passenger".) Nel primo album risaltavano invece le tastiere di Alan Park (allora diciannovenne e fresco di conservatorio). Il secondo album è stato quello più equilibrato, dal punto di vista di protagonismo degli strumenti.

I primi tre brani (l'intero Lato A del vinile) sono probabilmente i più indicativi. "Hobo" sarebbe stato bene pure nell'album precedente, poiché qui le tastiere dettano legge. Il pezzo tende a essere veloce, non una cosa tipica dei Beggars Opera, ma mantiene le tipiche melodie e le tipiche parti cantate. Suona un po' poppeggiante però.

La cover di "MacArthur Park" è un po' sbilenca e sembra più uno studio con variazioni del brano originale - che fu composto da Jimmy Webb e cantato dall'attore Richard Harris (fine Anni '60); ma è interessante appunto perché è una riproposta coraggiosa e non ruffiana. Le opinioni circa tale cover sono molto contrastanti. Assai ben riuscita "The Witch". Il resto del disco è tipico rock sinfonico / classic prog rock del loro tempo, pur se con qualche promessa incompiuta e sempre con quell'impronta "arty" che è il marchio di fabbrica dei Beggars Opera.



Close to My Heart

(2007)

Tra il 1970 e il 1980 gli scozzesi registrarono un totale di sette album in studio per poi sciogliersi. Nel 1996, sotto la direzione del tastierista Alan Park, fu pubblicata The Final Curtain, una raccolta di brani dal 1980 al 1991. Dopo una lunga pausa, Ricky Gardiner e sua moglie Virginia Scott, insieme al figlio Tom Gardiner, hanno rilanciato i Beggars Opera come trio e hanno pubblicato i due album Close to My Heart (2007) e Lose a Life (2010).

Lavorare su Close to My Heart costò a Ricky Gardiner  e a Virginia Scott almeno dieci anni del loro tempo. Il lavoro, quasi perfettamente bilanciato tra forte e piano, veloce e lento, offre rock progressivo melodico, sferico, impegnativo e talvolta ingombrante. La combinazione di punk rock, noise rock e pop aggiunge varietà sonora e stilistica.

  - Ricky Gardiner: guitar, bass, vocals

  - Virginia Scott: vocals, piano, Mellotron

  - Tom Gardiner: drums


Lose a Life

(2010)

Secondo gli stessi Beggars Opera, Lose a Life è una “Nano Opera based on a true story”, cioè una mini-opera basata su una storia vera. Tema dell'album: l'elettrosmog. Gardiner soffre di ipersensibilità all'inquinamento elettromagnetico e ha voluto descrivere in musica questo disagio con tutto ciò che ne consegue.

Il prog rock qui alla fine domina (echi dei Pink Floyd inclusi), arrotondato dal punk/noise rock e dal pop, con un pizzico di space rock (con tanti saluti dagli Hawkwind) e da influenze elettroniche. Alcuni brani sono inquietanti e piaceranno a chi subodora un complotto dietro alle tante antenne sui tetti ("Electrofire Invasion", "Masts on My Roof", canzoni di 11 minuti e passa). Riguardo al suono e al mix di stili, ci si sforza di mantenere l'equilibrio.

  - Ricky Gardiner: guitars

  - Virginia Aurora Scott: keyboards, vocals

  - Tom Gardiner: drums


   "Auschwitz", da Touching the Edge (2009)


Mrs Caligari's Lighter

(2012)

Questo album - l'ultimo dei Beggars Opera - parla di dimenticanza, di disfacimento mentale, ed è stato nuovamente un affare di famiglia: 

   - Ricky Gardiner: guitars

  - Virginia Aurora Scott: keyboards, vocals

  - Tom Gardiner: drums

   "Nimbus" (1971)



Homepage Beggars Opera


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1/04/25

Triumvirat (GER)

Jürgen Fritz, un maestro delle tastiere, fondò nel 1969 i Triumvirat


Con questo suo progetto, che per formazione (un trio, almeno inizialmente) e intenti stilistici non era dissimile dai celebri ELP,  Fritz realizzò alcuni dischi godibilissimi. E raccogliendo anche un certo successo non solo in patria - non solo in Germania dunque. 

 Triumvirat, formazione tedesca di buon successo (Anni Settanta, seconda metà). Fritz è quello a sinistra nella foto.


        Il debutto: Mediterranean Tales (1972) 

Una lunga suite ("Across the Waters") vive nella prima facciata di questo loro primo lavoro, che rimarrà, coram populo, il loro migliore. La formazione è dominata dall'organo con influenze classicheggianti, con inserimento di pianoforte, batteria e basso. Siamo in quel di Colonia... 

I Triumvirat sono (ancora) un trio che prende le mosse da Emerson, Lake & Palmer, Focus e dintorni. E, essendo Mediterranean Tales uscito nel '72, reca, oltre alle sonorità davvero stupende nella loro ingegnosità insieme prog-anglosassone e di rock sperimentale/alternativo germanico alias #Krautrock, un tocco di esotismo antico alle platee di allora, perlopiù mittel e nordeuropee, dedite ai (se non primissimi, quantomeno primi) viaggi turistici nei meridiani caldi, che li conducevano fin sulla rena bagnata dal Mare Nostrum. Questa opera insomma parla, già nel titolo e nel packaging, proprio a queste masse agognanti un cambio di pelle a tempo - ma lo fa, certo, in maniera colta e non nel linguaggio della musichetta commerciale.

È rock dalle sfumature barocche e con un tocco di Brian Auger e forse anche di Peter Hammill, oltre che dei Nice di Keith Emerson.

"Across the Water", il primo lungo brano (una 'suite' di 16 minuti), è stato ispirato da W.A. Mozart. In questo modo si replica il connubio tra classica e rock; tuttavia i Triumvirat non sono la carta carbone di nessuno e sanno inserirsi nella già nota nicchia con una buona dose di innovativa originalità.

  - Jürgen Fritz: Hammond B3 organ, electric piano, Grand piano, Moog synthesizer, vocals on "Eleven Kids", vocals & chorus on "Broken Mirror"

  - Hans-Georg Pape: bass, lead vocals (except on "Eleven Kids"), vocals & chorus on "Broken Mirror"

  - Hans Bathelt: drums, percussion, words & lyrics

 

Tracks: 

     1. "Across the Waters"  16:31

     2. "Eleven Kids"         6:00

     3. "E Minor 5/9 Minor/5" 7:55

     4. "Broken Mirror"       7:14

Bonus tracks

     5. "Be Home for Tea"            3:40

     6. "Broken Mirror (Single Edit)"  3:25

     7. "Ride in the Night"            4:29

     8. "Sing Me a Song"            4:42

 

#Krautrock

       Illusion on a Double Dimple, il secondo album (1974)

Ed ecco che... si fanno in quattro.


  - Jürgen Fritz: Hammond organ, electric and Steinway grand piano, Moog synthesizer, Mellotron, producer, arranger

  - Hans-Georg Pape: bass on "Illusions on a Double Dimple"

  - Helmut Köllen: bass, acoustic & electric guitars on Mister Ten Percent, vocals on both sides

  - Hans Bathelt: drums, percussion, lyrics

      Con

  - The Cologne Opera House Orchestra  

  - Kurt Edelhagen Brass Section 

  - Brigitte Thomas, Hanna Dölitzsch, Ulla Wiesner: backing vocals



        Spartacus (1975) 

Il terzo album del Triumvirat ne sancì le fortune anche negli U.S.A. e in Canada, oltre che in Portogallo e in Brasile.

Jürgen Fritz alle tastiere (comprendenti organo Hammond e sintetizzatore Moog), Helmut Köllen alla voce, al basso e alle chitarre acustica ed elettrica, Hans Bathelt (autore dei testi) alla batteria e alle percussioni.

Helmut qualche tempo dopo lascerà il gruppo per iniziare la carriera solista. Morirà, appena 27enne, stroncato dalle inalazioni di monossido di carbonio della sua auto mentre era intento ad ascoltare alcune cassette musicali - riguardanti un suo proprio album - dentro il garage. Alcuni hanno sostenuto l'ipotesi del suicidio.



        Old Loves Die Hard (1976), il 4° album in studio

    Tracks:

    1. "I Believe" (7:51)

    2. "A Day in a Life" (8:14) :

             - a) "Uranus' Dawn"

             - b) "Pisces at Noon"

             - c) "Panorama Dusk"

     3. "The History of Mystery (Part One)" (7:50)

     4. "The History of Mystery (Part Two)" (3:59)

     5. "A Cold Old Worried Lady" (5:50)

     6. "Panic on 5th Avenue" (10:30)

     7. "Old Loves Die Hard" (4:26)

Bonus track on 2002 remaster:

      8. "Take a Break Today" (single) (3:44)

 


  - Barry Palmer: vocals

  - Jürgen Fritz: Hammond organ, Wurlitzer, Fender & Hohner electric pianos, grand piano, Moog synthesizer, String Ensemble, 12-string guitar, arranger & producer

  - Werner "Dick" Frangenberg: bass

  - Hans Bathelt: drums & percussion

               With

  - The Cologne Kinder Choir: chorus children vocals (1)

  - Hans-Günter Lenders: choir leader (1)

  - Sondra Fritz (uncredited): spoken word (1)

  - Jane Palmer: backing vocals (7)

  - Charly Schlimbach: saxophone (2)

 




        New Triumvirat - Pompei (1977)

Il gruppo di Colonia subì tanti cambi di formazione. Il 3 maggio del 1977, Helmut Köllen, come sopra riportato, muore tragicamente. In seguito allo shock psicologico (pur se il cantante aveva de facto già lasciato la band), ma anche per varie implicazioni legali, Pompeii viene pubblicato sotto il nome New Triumvirat.

Tracks:

1. "The Earthquake 62 A.D." (6:18)

2. "Journey of a Fallen Angel" (6:15)

3. "Viva Pompeii" (4:16)

4. "The Time of Your Life...(?)" (4:35)

5. "The Rich Man and the Carpenter" (5:57)

6. "Dance on the Volcano" (3:31)

7. "Vesuvius 79 A.D." (6:40)

8. "The Hymn" (7:04)


Bonus track on 2002 remaster:

9. "The Hymn" (single edit) (4:11)

- Barry Palmer: lead & backing vocals

- Jürgen Fritz: Steinway grand piano, Hammond C3, Moog, Yamaha polyphonic CS-80/GX-1 & ARP String Ensemble synths, Fender Rhodes, Hohner clavinet, bells, timpani, arranger & conductor (strings, horns & choir), producer

- Dieter Petereit: Fender, Rickenbacker & Yamaha basses

- Curt Cress: drums, roto toms, timbales, cymbals, gongs, handclaps, electronic percussion

        With:

- Sondra Fritz: vocals (4) 
- Ulla Wiesner: backing vocals
- Hanna Dölitzch: backing vocals
Brigitte Witt: backing vocals
- Hanne Wilfert: trumpet solo (2)
- Karl Löhe: string section master

 

        Di nuovo con il nome Triumvirat - Á la carte (1978)

Attorno al tastierista Jürgen Fritz i musicisti continuano a ruotare, i cambi di formazione sono frequenti e così, anche se la production continua ad essere di livello eccellente, capita che negli ultimi album manchino le progressioni e ci si avvicini di più all'art pop. Niente da eccepire, eh, la qualità rimane alta, ma comincia a intravedersi qualche ammiccamento eccessivo in direzione charts.



Russian Roulette (1980), che segna la fine

               Solo per i curiosi: questo è il link per ascoltare l'album su Youtube 

Attenti: non è più progressive rock. Dal 3°-4° brano l'album inizia un po' a diventare più "sperimentale" e coraggioso, ma solo per lo spazio di qualche titolo o meglio di qualche passaggio. In generale si mantiene molto al di sotto del livello di quei Triumvirat che erano considerati "gli ELP germanici". Qui ci sono addirittura atmosfere reggae, a volte. Il rock'n'roll è comunque più presente. (E perché? Perché alla batteria c'è Jeff Porcaro?)

Insomma, lo spirito imminente degli Anni Ottanta ha rovinato del tutto i Triumvirat. Tanto che questo fu l'ultimo loro album. Detto ciò, a prescindere dai generi, è un disco che si può ascoltare se avete bisogno di qualcosa di leggero per la spiaggia o per il vostro viaggio in auto. Grazie anche ai musici niente male convocati in studio. 

Ma Jürgen Fritz era dispiaciuto di essere chiamato il "Keith Emerson tedesco"?

Dopo il già debole Á la Carte, questo prodotto ibrido dei Triumvirat rappresenta una delusione immensa per i fan genuini della band. Una band che di fatto non esisteva più dai tempi di Pompeii.

  - Arno Steffen: lead vocals

  - Jürgen Fritz: piano, Moog, organ, percussion, synthesizers, arranger & producer

           With:

  - Mike Gong: guitar

  - Steve Lukather: guitar, bass

  - Tim May: electric & acoustic guitars

  - Pete Christlieb: saxophone, clarinet

  - David Hungate: bass

  - Neil Stubenhaus: bass

  - Jeff Porcaro: drums

  - Robert Greenidge: steel drums

  - Alan Estes: congas, maracas