7/14/20

Enid. C'è pure a chi piace...

 Vinile autografato, 1984


Non tutti gli album (e i CD) riescono col buco, e In the Region of the Summer Stars ne è un esempio clamoroso. Basti pensare che durante l'ascolto ci siamo ripetutamente sorpresi a rimpiangere i buoni, vecchi - e tanto bistrattati - Ekseption...

 Enid versione Terzo Millennio. Tuttora la band dà concerti o entra in studio di registrazione. Sporadicamente.



The Enid è un progetto creato da Robert John Godfrey, ex pianista classico che decise di tentare la fortuna nel rock. Dopo una parentesi relativamente lunga (fin dal 1969) con i Barclay James Harvest (dai quali venne allontanato presuntemente per la sua omosessualità) e dopo un album firmato col proprio nome (Fall Of Hyperion, ispirato a poesie di Keats), si mise insieme ai chitarristi Stephen Stewart e Francis Lickerish, fondando appunto The Enid. Il gruppo - a volte fu un quintetto, a volte un quartetto - sembrò avere fin dall'inizio un futuro roseo: numerosi i suoi estimatori; primo tra tutti Tony Stratton-Smith, proprietario della leggendaria label Charisma.
L'eccentrico Godfrey ci tenne a sottolineare fin da subito che The Enid non era un gruppo progressive, e tuttavia non si fece scrupoli di usare le riviste e le fanzine dedicate a quel genere per fare pubblicità al suo progetto. L'eco fu abbastanza grande; e immeritato, secondo noi. Non abbiamo niente contro la musica strumentale (abbiamo già citato gli Ekseption), ma siamo del parere che The Enid non aggiungano niente né al prog rock, né tantomeno all'universo dei suoni in generale.

Di difficile classificazione il loro output. Avevamo letto che si tratta di "fusione tra rock e classica", ma secondo noi è solo neoclassica. Di grande livello, sicuro, ma di "rock" c'è poco. In the Region of the Summer Stars, album-debutto della band cosi tanto acclamato ("una grande riscoperta!"... "cresce dopo ogni ascolto!"...), è stato ristampato con l'aggiunta di ben sei tracce; ed è questa l'edizione in nostro possesso. 



È un'opera strumentale, come dicevamo... e ciò sebbene fosse stata concepita per essere un album cantato. Il fatto è che il cantante, Peter Roberts, commise suicidio nel capodanno del 1975. Roberts venne ritenuto insostituibile e, di conseguenza, l'album venne ri-registrato senza le parti vocali.
Altra curiosità: avrebbe dovuto chiamarsi The Voyage of the Acolyte, ma Steve Hackett prese in contropiede Godfrey & Co. con un lavoro dallo stesso titolo e persino con lo stesso concetto (una sequenza di narrazioni basate sulle figure dei tarocchi). Ne In the Region of the Summer Stars Godfrey si lascia ispirare anche da testi dello scrittore Charles Williams.

Il nostro responso: cresce di poco soltanto al secondo o terzo ascolto. Ma davvero di poco! Ci abbiamo messo tutta la buona volontà (incoraggiati da un amico che evidentemente stravede per il progetto-di-tutta-una-vita di Robert John Godfrey), ma inutilmente. L'ascolto rimane un'esperienza sciatta... Almeno per chi si aspetta di trovare un'opera di rock progressivo.

 Ma immergiamoci nell'analisi del disco - che, non a torto, viene ritenuto tra i migliori in assoluto di The Enid, i quali hanno una discografia quantitativamente non proprio scarsa -: i brani "The Fool", "The Tower of Babel" e "The Reaper" ci trasferiscono già in un'atmosfera inconsistente, con sorprendenti sbirciatine al Concerto Grosso dei New Trolls (quelli sì maestri di fusion!) e addirittura a C'era una volta il West di morriconiana memoria. Sentire per credere. "The Loved Ones", quarto solco, è un melodramma per pianoforte e orchestra che fallisce assolutamente di suscitare la benché minima emozione.
E al più tardi da questo momento abbiamo il sospetto di stare ascoltando musiche da film.
Un primo squarcio tra le nubi è "The Demon King", track vivace, rapsodica, con interessanti discordanze volute. Purtroppo, con il pezzo successivo - il sesto: "Pre-Dawn" -, si ricade in una New Age per sempliciotti. Fa paura, nonché rabbia, la presuntuosa grandesse di "Sunrise". E merita un discorso a parte "The Last Day", track n. 8. "The Last Day" inizia come una parodia del Bolero di Ravel che si trasforma poi in una parodia di Pierino e il lupo di Stravinsky e sfocia in una simil-sinfonia in pompa magna (God Save The Queen!) per, infine, gentilmente assottigliarsi in una sorta di Aprés-midi d'un faune. E' certamente tra le composizioni più varieggianti dell'album, ma non convince appunto per la sua natura meramente imitativa.
Al breve intermezzo "The Flood" segue "Under the Summer Stars", pastiche dove c'è proprio di tutto: dal flauto dolce alla chitarra acida, ma - ancora - con lo snervante effetto orchestrale in gran spolvero.
Senza un briciolo di fantasia compositoria la track 12: "Judgement". Che lascia però spazio al brano migliore in assoluto (insieme a "The Demon King"), ovvero a quel "In the Region Of The Summer Stars" che dà il titolo all'opus. Il secondo e ultimo raggio di sole che filtra da una cortina assai plumbea.

Facit: regalate questo album a chi si fa beffe dei mitici Ekseption e afferma che non fanno parte della grande famiglia del prog rock! Vedrete che si ricrederà.

    Al di là della diatriba stilistica, inutile specificare che The Enid erano musicisti "with the balls". Eccoli qui esibirsi dal vivo all'Hammersmith Odeon di Londra (noto anche come Hammersmith Apollo) nel 1979.





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