1/15/22

La magica appendice ai Genesis: i Genesis... rivisitati

  Nel 1996 Steve Hackett decide di dedicare un album al gruppo che lo aveva lanciato e che lui aveva abbandonato vent'anni prima. Genesis Revisited presenta undici titoli della band, tra i quali "Watcher Of The Skies", "I Know What I Like", "Firth Of Fifth" e "Your Own Special Way". I suoi collaboratori sono il bassista e cantante John Wetton (King Crimson, Asia), il bassista Tony Levin, il batterista degli Yes Bill Bruford, l'ex batterista dei Genesis Chester Thompson, il co-fondatore dei King Crimson e dei Foreigner Ian McDonald, il cantante degli Squeeze e di Mike And The Mechanics Paul Carrack e il cantante degli Zombies Colin Blunstone. Una formazione formidabile!

Ne esce fuori un prodotto che suscita reazioni controverse. È proprio una "rivisitazione": mentre brani come "Fountain Of Salmacis" e "For Absent Friends" acquistano nuovo splendore, altri soffrono per il sovraccaricamento di effetti sonori (riverberi, voci distorte e altro). L'ascolto in generale è comunque buono, soprattutto se si dimenticano i Genesis "progress" e si considera l'album un divertissement esclusivo di Steve Hackett. Interessante il ripescaggio di "Valley Of The Kings" (composizione strumentale di Hackett, non-genesiana) e di "Deja Vu", un'incompiuta di Peter Gabriel dei tempi di Selling England By The Pound,  portata a termine dal chitarrista e qui cantata da Paul Carrack.


Nei suoi concerti - in ogni periodo della sua ormai lunga attività -, Hackett ha sempre suonato la musica dei Genesis. E ha dedicato diversi dischi al suo vecchio gruppo, rendendo onore a composizioni sicuramente immortali. Segno del suo amore immarcescibile.
Genesis Revisited è del 1996. Genesis Revisited II del 2012. Genesis Revisited: Live at the Royal Albert Hall: 2014. E inoltre: Genesis Revisited Band & Orchestra, un ulteriore regalo per noi fan sfegatati, frutto di un'esibizione indimenticabile di Hackett & band di nuovo alla londinese Royal Albert Hall ma stavolta in compagnia di orchestrali "classici"; data di pubblicazione: 2019.


Ritornando alla storia dei Nostri...  





Dopo la misticheggiante critica sociale di The Lamb..., in A Trick Of The Tail (1976) si assiste al tentativo di ritorno ad oscure leggende, con tanto di spiriti e diavoletti; e all'exploit di Collins in veste di cantante tout court. La canzone più interessante, almeno per i biografi del gruppo, è quella che dà il titolo all'album. "A Trick Of The Tail" è stata scritta da Tony Banks ed è palesemente dedicata all'accolito dileguatosi.

"Stanco della vita nella città d'oro
se n'è partito senza dire nulla a nessuno.

È tornato all'ombra delle torri della sua gioventù,
tutto solo con il sogno di tutta una vita.

     (...)

Tutti gli altri gli apparivano strani.
'Non hanno né le corna né una coda
e ignorano la nostra esistenza.
Sbaglio a credere in una città tutta d'oro?'
si chiede piangendo."

Nonostante l'assenza di Peter Gabriel, A Trick Of The Tail è un album accettabile, che segna il ritorno al prog più genuino, quello "onirico", di fattura pioneristica. Contiene alcune deliziose ballate.




Wind & Wuthering (1977)
Da Wind & Wuthering in poi i testi diventano più straight, più convenzionali. O cercano di esserlo. Beh, certo, senza il poeta Gabriel a dare l'input visionario...! È cambiato qualcosa anche nella distribuzione dei credits. Già in Trick Of The Tail i singoli brani non erano più firmati dall'intero sodalizio, ma da chi li aveva scritti. Lo stesso si ripete qui, e di nuovo si mette in luce Tony Banks per la sua abilità compositoria.
La seconda e terza track ("One For The Vine" e "Your Own Special Way") sono molto orecchiabili. Specialmente quest'ultima ha armonie poppeggianti; si tratta di un tipico brano à la Collins per intenderci, anche se il booklet indica Mike Rutherford come autore.





 Seconds Out del '77 è il loro primo live doppio e registra la presenza dei batteristi "da tour" Bill Bruford e Chester Thompson (Phil non poteva sempre cantare mentre stava ai drums). Molto intrigante, anche se non racchiude esattamente il meglio del repertorio genesisiano.




Se ne va pure Steve Hackett... ...And Then There Were Three (1978). Un album che, di nuovo, contiene alcune tracce di facile ascolto ("Follow You Follow Me", "The Lady Lies", "Many Too Many"...), ma è "intenso", "sentito" come A Trick Of The Tail. I testi sono sempre più accessibili, alquanto "discorsivi", e ogni singolo brano è firmato dal trio superstite. Ufficialmente, la dipartita di Hackett sembra essere avvenuta senza alcuna polemica, ma è significativo che Collins, Banks e Rutherford gli dedichino didascalicamente il titolo del disco. Ancora più significativa è la canzone d'apertura, "Down And Out", dove il protagonista sottolinea:

"Voi ed io sapevamo bene
che non poteva continuare per sempre.
Perciò devo dirvi, seppure con rammarico:
d'ora in poi, sappiate,
dovete cercare di farcela da soli."

Come il precedente album, anche ...And Then There Were Three comincia con un pezzo furioso (almeno per i livelli genesiani) subito seguito da una ballata orecchiabile.




Duke (1980)
Phil Collins prende in mano le redini e ciò segna l'inizio del declino dei Genesis. Phil proviene dal jazz e ama le improvvisazioni (afferma di ammirare i Weather Report) e inoltre, essendo batterista, viene enfatizzato il ritmo ("Behind The Lines", "Duchess"); ma non mancano le canzoni melodiche decisamente lineari e quindi di facile ascolto: "Misunderstanding" e "Alone Tonight", per citarne due, potrebbero benissimo trovare posto in un album di Collins (che in quel periodo stava preparando il proprio debutto Face Value). "Duke's Travels" e "Duke's End" sono ottimi pezzi strumentali, ma è evidente che i "nuovi" Genesis aspirano a essere "radio friendly". E difatti...
Dell'album in questione si salverebbero, oltre a "Duke's Travels" e "Duke's End", i lenti "Heathaze" e "Please Don't Ask", se non fosse che, dopo l'inizio promettente, ambedue scivolano nella melliflua ripetitività tipica di quell'incantatore-di-cuori-semplici che è Collins. In realtà, lui il jazz-rock vero lo pratica con i Brand X, suo side-project...
Nel suo desiderio di non ripetersi, la band va verso l'autodistruzione, anche se non ne è ancora cosciente.

Abacab (1981)
I Genesis proseguono sulla via imboccata con Duke, affidandosi alla drum machine molto più che alla batteria di Collins. Sebbene ci ritroviamo a migliaia di miglia dalle atmosfere di Selling England (Allan Jones scriverà sul prestigioso Melody Maker: "I Genesis, questi rappresentanti in via di estinzione del rock più sfarzoso"), Abacab può ritenersi un prodotto accattivante; soprattutto nell'ottica di quella che era la musica in quel primo scorcio degli Anni Ottanta. Ma i Genesis non assomigliano più a se stessi. Come in Duke, anche in quest'album sono contenute songs che potrebbero essere di proprietà esclusiva di Phil Collins. C'è da annotare che Abacab fu il primo album che la band registrò in proprio, ovvero negli studi di The Farm (Surrey). E, per la prima volta, I Genesis si servono di musicisti da session: la sezione di fiati degli Earth, Wind and Fire in "No Reply At All". (Gli Earth, Wind and Fire appariranno anche nell'album solista di Collins Face Value). Proprio "No Reply At All" è un pezzo A&R, e dunque lontano dagli standard progressivi, e da qui certamente il successo di vendite del single. Per fortuna, il resto del disco gira in maniera più intelligente, a dispetto dell'uso spropositato della drum machine. Ascoltare, per credere, "Abacab", "Keep It Dark", "Dodo/Lurker" e "Another Record"; e, con qualche riserva, "Like It Or Not". L'unica track che decisamente delude è "Who Dunnit?", una filastrocca distorta dall'elettronica; qualcuno pensò insensatamente di inserirla nell'album al posto della migliore - e di gran lunga! - "Paperlate"...

Three Sides Live (1982)
Una collezione di pezzi tra i più popolari del gruppo, tutti eseguiti in concerto, e contenente tra le altre cose un'appagante versione di "Abacab". Nell'edizione americana, alle tre facciate live ne è stata aggiunta una quarta di registrazioni in studio che comprende la fantomatica "Me & Virgil". Le performance dei Genesis avvengono davanti a un'ormai folta audience. Tuttavia, Three Sides Live fa rimpiangere la magia del precedente live Seconds Out.

Genesis (1983)
Sull'onda del successo di Abacab, i Genesis producono un album omonimo che li catapulta definitivamente nelle liste dei bestseller. Assurdamente ma non troppo, dell'èra "collinsiana" è questo il disco dei Genesis che io personalmente preferisco, in quanto contiene non solo smash hits come "Mama" e "That's All", ma anche brani a tratti rockeggianti ("Just A Job To Do", "Home By The Sea"). Niente evita comunque che, a causa di quella "spontaneità" fortemente voluta da Collins, siamo usciti definitivamente dalle sfere del progressive.

Invisible Touch (1986)
Buon disco pop, con belle canzoni (soprattutto le prime quattro) che a suo tempo ebbero un vasto airing e che ancora oggi vengono a tratti riproposte da emittenti mainstream. Non che i testi siano poco interessanti: anzi. "Land Of Confusion", ad esempio, si può definire a tutti gli effetti una canzone di protesta. Ma, musicalmente, siamo ai livelli di MTV.

Seguirono We Can't Dance (1991), la compilation The Way We Walk: The Shorts/The Longs (1992/93) e, col bravo Ray Wilson a sostituire come vocalist il dipartito Collins, Calling All Stations (1997). Abbiamo definitivamente a che fare con un gruppo pop, lontanissimo dagli standard del prog.
Nonostante una promotion senza precedenti, Calling... non fece riscontrare l'interesse sperato, tanto che dovette essere cancellato il progettato tour negli States. Questo album segna la fine (solo virtuale?) dei Genesis.

Assurdamente, per ascoltare i veri Genesis, da anni ci si deve affidare alle cover band: Supper's Ready (altoatesini), Nursery Cryme (trentini), Musical Box (di Montreal, Canada)... Tutti cloni eccellenti del gruppo.

--- e all'irriducibile Steve Hackett! 


1/13/22

The Trip e il loro 'Caronte'... mezzo secolo dopo

 Caronte 50 Years Later è il primo album della riformata band guidata dal batterista storico Pino Sinnone. Questo è il rifacimento dell'iconico disco Caronte, pubblicato nel 1971, risuonato dalla formazione attuale per celebrare il mezzo secolo dall'uscita. 

Presenta, rispetto all'originale, l'aggiunta dell'inedito "Acheronte", composto dall'attuale chitarrista Carmine Capasso, e si chiude con due ulteriori brani della band, ovvero "Una pietra colorata", dall'LP d'esordio The Trip del 1970 e "Fantasia", dal film Terzo canale - Avventura a Montecarlo



L'anno di Dante non finisce mai e, se c'è un'opera del prog-rock che forse più di tutte le altre ci avvicina al capolavoro del sommo vate, questa è Caronte di The Trip. Gruppo leggendario che, giocoforza rinnovatosi e coram populo riciclatosi, ci dona un altro gioiello della loro già straordinaria discografia: il remake anno 2021 del Caronte originale che fu e rimane tra le perle del Rock Progressivo Italiano (o "RPI", sigla nota in tutto il mondo tra i cultori del genere).


Etichetta: Ma.Ra.Cash Records


Tracce:

1 Acheronte (Carmine Capasso)

2 Caronte (Vescovi)

3 Two Brothers (Billy Gray, Joe Vescovi)

4 Little Janie (Billy Gray, Joe Vescovi)

5 Ultima ora e Ode a Jimi Hendrix (Billy Gray, Joe Vescovi)

6 Caronte II (Joe Vescovi)

7 Una pietra colorata (Joe Vescovi, Pino Sinnone)

8 Fantasia (Joe Vescovi, Pino Sinnone)



Line-up / Musicians

- Andrea Ranfa / lead vocals

- Carmine Capasso / vocals, guitars, sitar, theremin, programming

- Andrea "Dave" D'Avino / Hammond organ, piano, backing vocals

- Tony Alemanno / bass, backing vocals

- Pino Sinnone / drums


With:

- Kri Sinnone / drums (7, 8)

- Antonio Capasso / Harley Davidson moto (3)


Graphic Design – Max Marchini







Breve storia della band 


Per qualche tempo furono un trio. Come gli ELP, come Le Orme... e come La Triade. Chi si ricorda La Triade?

Stiamo parlando di The Trip. Cioè "il viaggio." Complesso italo-inglese di "musica impressionistica". "Storico" come forse nessun altro. Attivo dal 1966 al 1974 e poi dal 2010 ad oggi.



Si trattava propriamente di un prodotto britannico. Quattro ragazzi che nel 1966 arrivarono in Italia dopo essere stati ingaggiati per accompagnare il cantante beat Enrico "Riki" Maiocchi ("Riki Maiocchi & The Trip"). Dopo essersi separati da Maiocchi, avvenne che il chitarrista, tale Ritchie Blackmore (e scusate se è poco!), tornò in Inghilterra insieme al batterista. I due vennero sostituiti da altrettanti italiani e The Trip continuarono la loro attività nel nostro Paese. 

Ottennero un contratto dalla RCA e pubblicarono una bella doppietta: The Trip (1970), che potremmo definire di genere blues-rock, e Caronte (1971). 

    



Dopodiché se ne andarono il batterista, Sinnone, e il chitarrista, Gray. I restanti componenti, Joe Vescovi e Arvid "Wegg" Andersen, presero come batterista Furio Chirico e fu lì che The Trip divenne un trio. Seguirono due nuovi album: Atlantide (1972) per la RCA e Time of Change (1973) per la Triton. Toccò a Chirico a questo punto andarsene, il quale Chirico avrebbe sviluppato le sue idee creative con gli Arti & Mestieri. I tentativi di Vescovi e Andersen di mantenere il gruppo in vita fallirono. Dopo il 1973, dunque, niente più. Apparentemente...


 Un'epoca piena di colori

Gruppi affini: Acqua Fragile; Arti & Mestieri; Osage Tribe



THE TRIP. CARONTE

Caronte è un disco fondamentale del prog italiano. Scrive Athos Enrile nella sua toccante recensione all'album Caronte - 50 years later:

Il disco fu


quello della svolta decisa verso il prog, un coraggio che, come mi raccontò Joe in tempi più recenti, derivò dalla consapevolezza che anche in Italia si era pronti per un nuovo passo (citazione riferita alla vittoria dei Vanilla Fudge al Festival di Venezia con “Some Velvet Morning” un paio di anni prima, quella che aprì definitivamente in Italia le porte al nuovo che avanzava). 





Chi non visse in quel periodo o ha scarsa confidenza con la storia e le storie riguardanti la genesi del Rock Progressivo Italiano, si sorprenderà di apprendere che il progressive in Italia esisteva già prima della PFM e del Banco. Era una musica che - contrariamente a quella delle due band citate - si sviluppò grazie all'influsso del beat, che da noi continuava a suscitare entusiasmi mentre in altri Paesi si era già avviato sulla via del tramonto.  Il beat... con l'aggiunta del rock psichedelico, che veniva eseguito da gruppi che si erano posti sulla scia di Jefferson Airplane et similia. Tipico esempio di questa nuova via è Collage, delle Orme: tra beat, psychedelic e prog. E altro esemplare disco delle nuove sonorità "pop" (come lo chiamavano allora) è, giustappunto, Caronte, del quartetto (poi trio) The Trip.


In Caronte, Joe Vescovi troneggia alle tastiere, infondendo ai Trip un suono parecchio  originale. Dalle prime note di "Caronte I", il brano che apre l'LP, è evidente che un'influenza classica ha arricchito lo stile del complesso. La lunga "Two Brothers" è un altro dei punti-clou di un disco molto importante.


Formazione originale:


1969-71:

Billy Gray (chitarra, voce)

Joe Vescovi (tastiere, voce)

Arvid "Wegg" Andersen (basso, voce)

Pino Sinnone (batteria)


1972-73:

Gray e Sinnone escono, entra:

Furio Chirico (batteria)


Dopo lo scioglimento dei The Trip a metà Anni Settanta, Joe Vescovi, Arvid "Wegg" Andersen e Furio Chirico si incontrarono di nuovo nel 2010 per una reunion, rinverdendo i fasti del gruppo alla Prog Exhibition di Roma. 

Non ci sono dubbi: A Joe Vescovi (R.I.P. 2014) e Furio Chirico (entrambi The Trip) spetta di diritto un posto nell'olimpo dell'IPR (Italian Progressive Rock). O RPI che si voglia (Rock Progressivo Italiano).


2009: Joe Vescovi, Wegg Andersen, Furio Chirico con l'amico e scrittore Franco Vassia, qualche tempo prima della reunion



Eterno Caronte




Il nuovo corso proseguì con un concerto in Giappone nel 2011, ma la morte di Andersen, avvenuta nel 2012, segnò una svolta radicale. Vescovi e Chirico, insieme a due nuovi membri, Fabrizio Chiarelli (chitarra, voce) e Angelo Perini (basso), continuarono la loro attività dal vivo. Ma, quando sopravvenne anche la morte del carismatico tastierista (nel 2014), Furio Chirico lasciò l'ensemble.

 Nel 2012 The Trip suonarono all'Alassio Prog. Era esattamente il 14 luglio. Joe Vescovi, Furio Chirico, Angelo Perini, Fabri Kiarelli Uno

(Concerto in memoria di Arvid Wegg Andersen)


Nel 2015, il batterista originale Pino Sinnone diede una scossa alla leggenda dormiente (e inizialmente il suo progetto si era chiamato The New Trip). Sinnone raccolse intorno a sé alcuni musicisti di talento, allo scopo di mantenere vivo il repertorio di The Trip.

La nuova incarnazione della band è attiva da allora.



Nel 2021 The Trip pubblica Caronte 50 Years Later per l'etichetta indipendente Ma.Ra.Cash Records. La formazione è composta da Pino Sinnone (batteria), Andrea 'Ranfa' Ranfagni (voce solista), Carmine Capasso (voce, chitarre, sitar, theremin), Tony Alemanno (basso, cori) e Andrea "Dave" D'Avino (Hammond, pianoforte, cori); più gli ospiti Christian Sinnone (batteria) e Antonio Capasso (Harley Davidson in 'Two Brothers'). 

L'album, registrato in modalità "casalinga" durante il lockdown, consiste in una nuova versione del Caronte del 1971, interpretato con vera passione filologica. L'artwork deriva da alcune illustrazioni del pittore austriaco Joseph Anton Koch (27 luglio 1768 - 12 gennaio 1839) ispirate all'Inferno di Dante.

***

L'ascolto ci porta subito sull'"Acheronte", il fiume che nella mitologia greca rappresentava l'ingresso degli Inferi. Qui, le anime si radunano prima di essere trasportate da Caronte sull'altra sponda. "Acheronte" inizia con voci che declamano alcuni versi della Divina Commedia ed è un'ideale introduzione alle nuove versioni di "Caronte I", "Two Brothers", "Little Janie", "Ultima ora e Ode a Jimi Hendrix" e "Caronte II", brani che mostrano le qualità dei musicisti coinvolti nel progetto.

Dopo il viaggio nell'Oltretomba e l'incontro con le anime dannate dei due "easy riders" Janis Joplin e Jimi Hendrix, l'album 2021 si chiude con le nuove versioni di "Una pietra colorata"  - originariamente pubblicata nel 1970 su The Trip - e "Fantasia" - uscita originariamente nel 1970 come single e tratta dalla colonna sonora di Terzo canale - Avventura a Montecarlo. La musica e i testi dell'ultima traccia si adattano perfettamente all'argomento: la canzone descrive una visione dell'Aldilà e una visita in Paradiso...

Complessivamente, un buon album. Perfetto esercizio di stile per The Trip versione odierna. Dopo la riesecuzione dell'"antico" repertorio, si spera che la band arrivi a proporre anche musica nuova, con pezzi di adesso. Un componente come Carmine Capasso (artista a tutto tondo, che vanta tra l'altro collaborazioni con vari protagonisti della musica non solo prog) lascia ben sperare. E Andrea "Ranfa" Ranfagni ha già brillato con i Vanexa e gli Odyssea (due band liguri).



Ricordando Joe Vescovi


Live al Palasport di Torino nel 1971 con la formazione di Caronte



Eccoli The Trip, storicissimo gruppo progressive rock!


        La loro pagina web ufficiale: https://www.facebook.com/thetrip.official/


Partirono dal rock blueseggiante del primo album (definito da alcuni, e anche dalla stessa casa discografica RCA, un prodotto "psichedelico") e Caronte servì a traghettarli verso il progressive rock tout court... che l'anno dopo avrebbe trovato la sua massima espressione in Atlantide


Ora, qui...

"Little Janie" in versione odierna suona come se fosse stata registrata nel 1970; e riecheggia in questa traccia, per davvero, l'epoca beat. Un po' come in "Ultima Ora e Ode a Jimi Hendrix"... e in quasi tutte le restanti tracce. Ricordiamolo: Caronte - 50 years later è stato registrato in home recording, a causa del Coronavirus.

    Live a TO 2018


Ancora un tuffo nel passato


The Trip - "Analisi", live al Cantagiro 1972



The Trip - Atlantide (1972). Capolavoro indiscusso del Rock Progressivo Italiano (e non solo)



Mito eterno: The Trip

Time Of Change, 1973


Time Of Change: un album ingiustamente sottovalutato. Qui sotto, la biografia in breve, in brevissimo, dello storico bassista/cantante del gruppo. 

Andersen, il bassista e cantante, londinese ma di origine norvegese, aveva suonato insieme a Ritchie Blackmore ne The Crusaders. Venne contattato da Riki Maiocchi e invitato a entrare in una neonata formazione, insieme a Ian Broad, a Blackmore e al chitarrista William Gray. Fu lui, Arvid Andersen, a dare il nome alla band, in vista del viaggio verso l'Italia che si approcciavano a intraprendere; e fu poi a causa di un brutto incidente automobilistico che gli capitò (si ruppe due vertebre) che l'esperienza The Trip ebbe termine.

(Avvenne nel novembre 1974, tra Cisano sul Neva ed Albenga, e un amico suo, un D.J. irlandese, perse la vita a soli 28 anni.)

I postumi dell'incidente diedero ad Arvid filo da torcere per tutta la vita. Fece in tempo a partecipare a un come-back con Joe Vescovi e Furio Chirico (dopo 36 anni che The Trip si erano sciolti!) nel Prog Festival 2010 e, in seguito, anche alla tournée giapponese, prima di spegnersi, il 31 marzo 2012. 



1/06/22

I Pandora, da Cuneo. Raccontati dai loro stessi dischi

 ... dischi che sono:



Dramma Di Un Poeta Ubriaco 

(CD, Btf - AMS 2008)

 

 

Sempre E Ovunque Oltre Il Sogno

(CD, Btf - AMS 2011)


 

Alibi Filosofico

(CD, Btf - AMS 2013)



Sprouts of Life

Pandora's Music for the Research On Cancer

(Digital EP, Btf-AMS 2016)



Ten Years Like in a Magic Dream...

(CD, Btf-AMS 2016)

 


 


Inoltre: i Pandora hanno contribuito al progetto


A Flower Full Of Stars

A Tribute To The Flower Kings

(CD, Musea Records 2011)


e a

 

More Animals at the Gates of Reason

A Tribute to Pink Floyd

(2 CD, Btf - AMS 2013)





Genesis, Yes, PFM, New Trolls e Dream Theater. Questi i colori sulla tavolozza dei Pandora, i quali ad ogni modo si preoccupano di uscire dagli schemi e di evitare le previdibilità e tutto ciò che può sembrare banale. 


Formazione attuale

Beppe Colombo tastiere; e suo figlio Claudio Colombo batteria [e vari altri strumenti].

Ex membri: Corrado Grappeggia voce e tastiere, Emoni Viruet voce e percussioni, Christian Dimasi chitarra.


La genesi

Nascono nel settembre 2005 per iniziativa di Claudio Colombo (batterista), il quale crea un progetto musicale con i tastieristi Beppe Colombo e Corrado Grappeggia. Nel febbraio 2008, dopo diversi concerti, i Pandora firmano il loro primo contratto discografico con l'etichetta milanese AMS-BTF. Nello stesso mese, entra a far parte del gruppo il giovane chitarrista Christian Dimasi...



 

Dramma Di Un Poeta Ubriaco, 2008

   Dramma Di Un Poeta Ubriaco, primo CD della loro carriera, racconta storie tra modernità e mito. Artrock a tratti, un'ombra di jazz, tanto rock sinfonico e cantautorato eccelso caratterizzano le sette tracce che si snodano per fantastici 63 minuti. L'incipit equivale a scoperchiare il Vaso di Pandora (appunto): un collage di 90 secondi di voci provenienti da radio e TV, tutte annuncianti le negatività dei nostri tempi. Si parte con le tastiere che svettano e cominciano a duettare bellamente - e a dialogare - con le chitarre, ora pesanti ora gentili, con l'accompagnamento di una batteria a tratti furiosa. 

Avvincente è "March To Hell", che ci proietta davvero, davvero, DAVVERO nel paradiso del progressive rock (RPI: Rock Progressivo Italiano; ma vi si sente anche il prog metal anglosassone). 

Si passa all'amabile e per certi versi datata canzone "Così Come Sei", dapprima sognante, poi sempre più roboante. 

"Pandora" (11:43) è un altro strumentale. Dopo la lunga apertura spaziale di synth e una voce maschile recitante, nel successivo minuto e passa batteria e basso stabiliscono un sottofondo stretto e levigato. Poi le chitarre si uniscono alle tastiere, determinando le linee melodiche, mentre la chitarra metal e il pianoforte percorrono la metà del brano. Traccia solida e registrazione eccellente (cosa che riguarda l'intero album, del resto). Alla fine del quinto minuto, gli strumenti si ritirano per lasciare il posto a un assolo di piano stile "old time saloon". Al sesto, esplode di nuovo il prog pesante e poi sopravviene la sezione degli archi Hammond e synth: come richiami (ma non ingialliti!) al Museo Rosenbach e alle Orme. L'organo esegue lentamente una sequenza di arpeggio in costante ascesa, simile a quella di Tony Banks in "Apocalypse in 9/8"... 

"Breve Storia Di San George": canzone meravigliosa. Una miscela di chitarra acustica, flauto-Mellotron, calda voce italiana, orchestrazioni classiche, delicate sequenze di clavicembalo e un finale a base di gradevole assolo di flauto.

"Dramma Di Un Poeta Ubriaco", la sesta traccia, dura circa 9 minuti. Rumori da osteria, quindi il passaggio da un pianoforte meditabondo al rock classico-sinfonico e, dopo, il canto di Grappeggia, qui con voce roca e più tesa, come si addice alla situazione. Melodie che definiremmo slaveggianti, almeno in generale (avete presente la Trans-Siberian Orchestra?) e, in chiusura, potente sezione di stampo operistico.

La composizione più elaborata è l'ultima traccia, "Salto Nel Buio" (sui 14 minuti). Molto varia; accattivanti atmosfere mutevoli, fluide, e idee musicali sorprendenti. Da un breve interludio con chitarra acustica e Mellotron, si scivola a una scaglia audio con nuances prog metal e a un assolo di vibrafono jazz. La parte finale è eccitante, con grandi sequenze di sintetizzatori e ritmi di batteria propulsivi, che sfumano lentamente.



 

Sempre E Ovunque Oltre Il Sogno, 2011


   Stessa formazione del primo album qui, con Beppe Colombo (synth, organo, cori), Claudio Colombo (batteria, percussioni, basso, chitarra acustica, synth), Corrado Grappeggia (voce, synth, organo, pianoforte) e Christian Dimasi (chitarra elettrica, cori). E, durante l'ascolto, ci è chiaro che la formazione piemontese ha voluto fare uno sforzo fuori del comune, per lasciarci un'opera diversa e unica.

Si inizia con una sorta di musica in panavision, bombastica. E forse ci si impiega un paio di minuti prima di entrare nello spirito vero dell'opera. Che è a tratti ridondante (wagneriana? ma sì, dài!) anche se offre qualche momento di lirismo, di tranquilla malinconia.
Sempre E Ovunque Oltre Il Sogno è un disco complessivamente bello, che sfoggia un riuscitissimo lavoro di batteria, con vari riff di chitarra metal, qualche memoria di retro-prog (tastiere d'epoca...) e che, soprattutto, è caratterizzato dal tentativo di produrre sonorità nuove, inconsuete. 

"Il Re Degli Scemi", sorta di introduzione all'opera seconda dei Pandora, è - come detto sopra - una gonfia faccenda orchestrale. Rappresenta l'apertura del sipario su un mondo... ultraterreno, più che onirico.
"L'Altare Del Sacrificio", un breve instrumental, ha una buona sezione ritmica. Siamo ancora all'antipasto, per così dire. È, questa, la seconda entrée.
"L'Incantesimo Del Druido" è guidato da pianoforte e drums, prima dell'accelerazione tanto gradita. Al più tardi da qui, siamo dentro la dimensione che i Pandora volevano illustrarci con tanta convinzione.
"Discesa Attraverso Lo Stige" si apre con alcuni suoni della natura: quelli di un torrente forse (ebbe', si parla del fiume Stige...); e vento, probabilmente pioggia. Poi, la chitarra acustica prende il sopravvento e dà l'indirizzo all'atmosfera che caratterizzerà l'intero brano. Trattandosi di un argomento abbastanza funereo (vedi titolo), si tratterà anche di un'atmosfera cupa. Si fanno apprezzare, tuttavia, le vibrazioni melodiose delle corde dell'acustica.
"Ade, Sensazione Di Paura" è, altrettanto, un palcoscenico per la chitarra acustica. Sulle prime, comunque. Dopo due minuti, sopravverrà un suono pesante, introdotto dall'organo. Segue il sintetizzatore, a suscitare un clima ben temperato... e poi di nuovo l'atmosfera "heavy", in un aumento di contrasti. Qua e là, è come udire i cori dei dannati.
Lo sbalorditivo "03.02.1974" (data che fa riferimento a un evento di tipo ben diversa dai precedenti: in quel giorno, si scatenarono gli effetti benevoli dovuti a un concerto dei Genesis) si apre con la chitarra acustica. Il canto si unisce al pentagramma come in una ballata cantautorale. Ma, ben presto, questa si rivela tutt'altro che una "normale" canzone: è un brano ricco di cambi di tempo e assolutamente non scevro di sorprese a livello di sonorità. (Con un evidente omaggio, verso la fine, proprio ai Genesis: quelli di Foxtrot e di Selling England...)
"La Formula Finale Di Chad-Bat" è un altro titolo-clou dell'album. C'è un recitativo d'Oltretomba (ma l'ambiente è mutato: ci troviamo nel mondo dei Celti), poi ecco la chitarra e... si parte con un ritmo molto buono, sostenuto. L'aria, dopo 2 minuti e mezzo, diventa assai spessa, ed entra in gioco la batteria a dettare il tempo di un finale ad libitum con frammenti di jazz-rock. 
"Sempre E Ovunque" è un vero e proprio epos della lunghezza di 23 minuti. Riecco l'intro di tipo orchestrale, il paesaggio si ravviva similmente che in una sinfonia di Shostakovic o Rachmaninov e, tramite il gioco doppio della chitarra elettrica e della batteria, veniamo introdotti in una composizione mutevole e ricca, che racchiude tutti i trucchi e tutti gli umori del grande e vero neo-prog. Dai Pallas a The Tangent, attraverso - direi io - i (però sono più recenti) Southern Empire, questa composizione dei Pandora sembra enciclopedicamente racchiudere l'intero progressive rock di impronta moderna. 

È un album a cui non si può dare un parere positivo, con le lussureggianti tastiere vintage (Moog, Hammond, piano elettrico Fender), i virtuosismi mai autocompiacenti, la serietà dell'argomento "Inferno" (di validità sempiterna) e degli altri temi trattati, e le "trovate" effettistiche mai gratuite né superflue. Un output che, se il cantato fosse in inglese, scambieremmo per l'opera di una band d'Oltreoceano o d'Oltremanica.

Ciascun brano è descritto nel booklet con un dipinto dell'artista americana Emoni Viruet. Lei, membro aggiunto della band (e per un certo periodo sposata a Claudio Colombo), è anche autrice della copertina.

Dopo l'uscita di Sempre E Ovunque Oltre Il Sogno, Christian Dimasi decise di lasciare la band.




Alibi Filosofico, 2013

Con Dino Fiore (Castello di Atlante), David Jackson (Van Der Graaf Generator) e Arjen Lucassen (Ayreon) quali guests speciali.


   La cover dell'album presenta un'immagine suggestiva: una persona con un viso dagli occhi e la bocca doppi, alla maniera di Picasso. La forma "graffito" dell'immagine ci prepara a un lavoro moderno e dinamico. Persino più all'avanguardia dei precedenti sfornati da questo gruppo. E difatti! Già la prima traccia, "Il Necromante, Khurastos E La Prossima Vittima" è una narrazione movimentata e ricca di svolte improvvise e... incroci pericolosi. Beppe Colombo suona le tastiere. Corrado Grappeggia - il cantante - è il secondo tastierista, secondo la formula che caratterizza i Pandora. Claudio Colombo aziona batteria, basso, chitarre, tastiere, flauto, cuatro, cori. 

Gli "aiutanti" sono in realtà degni co-protagonisti di quest'avventura straordinaria (poiché altro non è). Arjen Lucassen è al Minimoog e alla chitarra, Jackson - come risaputo - ai sassofoni ma suona anche il flauto e il tin whistle, Dino Fiore al basso, ugualmente al basso c'è Leonardo Gallizio (interessante articolo su di lui qui), Emoni non solo alla voce ma anche alle percussioni... e altri ancora.

L'album contiene sette tracce. E le prime due, "Il Necromante..." e la seconda che si intitola "Né Titolo Né Parole", riprendono la saga di Chat-Bat, saga iniziata nel disco precedente. “La Risalita” e “Apollo” sono strumentali un po' sulla falsariga del brano "Pandora", che è presente nel primo album Dramma Di Un Poeta Ubriaco.

 I fiati di Jackson sono tra gli ingredienti vincenti di Alibi Filosofico, insieme alla voce di Emoni Viruet.

Il mix di atmosfere vintage e risonanze moderne è brillante. 

Nel ricco booklet, ogni brano è descritto con un dipinto e un racconto di Claudio Colombo...

Ma torniamo a commentare le singole tracce. Lo strumentale pianistico "La Risalita" descrive la fuga dalle acque infide dello Stige da parte di Pandora, che vi era intrappolata dopo il suo incontro con Ade, dio degli Inferi.
La storia (raccontata nel libretto) continua con "Apollo", sorta di sogno psichedelico della protagonista, che si smarrisce in un labirinto di suoni e melodie dopo aver incontrato il dio della musica e della danza. Alla fine, lei si sveglia nel bel mezzo di una festa di villaggio. E inizia a danzare. 

Il vivace e jazzato "Tony Il Matto" è dedicato alla memoria di Antonio Ligabue, uno dei più importanti pittori naïf non solo italiani. Una vita tra genio e follia trascorsa a vagare lungo il Po...

"Sempre Con Me" inizia dolcemente, l'atmosfera è sognante. La canzone racconta di un amore talmente forte da trionfare sul tempo. 

Il lungo brano finale, "Alibi Filosofico", descrive al contrario un amore in crisi, incapace di sopravvivere alle difficoltà della vita.


Album eccellente, ancora una volta. Album "a capitoli", recepibile forse maggiormente da chi è già in confidenza con i Pandora e ne ha seguito il percorso fino a questo punto. 




Ten Years Like In A Magic Dream..., 2016


Tracklist
Fragments of the Present:
  01. Always and Everywhere– Overture: Fantasia in Pandora Major
  02. The way you are
  03. Turin 03.02.1974
  04. Drunken Poet’s Drama
 Temporal Transition:
  05. Passaggio di Stagioni
    – Lamenti d’Inverno
    – Canto di Primavera (Banco del Mutuo Soccorso)
 Fragments of the Past:
  06. Second Home by the Sea (Genesis)
  07. Man of a Thousand Faces (Marillion)
  08. Ritual – Part 2 (Yes)
  09. Lucky Man (Emerson Lake & Palmer)


   Qui come "special guest" c'è Vittorio Nocenzi (Banco Del Mutuo Soccorso, Moog in "Canto Di Primavera") oltre, di nuovo, a David Jackson, al violinista Andrea Bertino (Gli Archimedi) e, ancora, al bassista Dino Fiore dei Castello di Atlante.  La scelta di cantare i brani in inglese è dettata da un fatto semplicissimo: l'album nasce anche dalla necessità di omaggiare i grandi del progressive rock internazionale, come gli Emerson, Lake & Palmer. (Nell'album precedente, la traccia "Né Titolo Né parole" era stata dedicata al rimpianto Jon Lord).

L'album dunque esce nel 2016 e giusto in quell'anno, tra il 7 e l’8 dicembre, si è spento il grande Greg Lake. La fortunata "Lucky Man", scritta proprio da Lake, diventa il nuovo single dei Pandora.

Questo loro quarto LP è in primis un autoriconoscimento alla propria carriera, iniziata dieci anni prima o poco più. Emoni Viruet, cantante, come abbiamo visto, nonché pittrice, è, di nuovo, autrice della copertina, davvero bella. L'artwork è nello stile dei colori del capolavoro prog-rock In The Court Of The Crimson King.

Quale omaggio ai Grandi del passato, sono state incluse le cover di "Second Home by the Sea" dei Genesis, "Man of a Thousand Faces" dei Marillion, "Ritual - Part 2" degli Yes e - appunto - "Lucky Man" degli ELP, riarrangiate con la voce raffinata della Viruet.

Il titolo dell'album, Ten Years Like In A Magic Dream, ha un suono malinconico e gioioso a un tempo. Come è del resto l'output tutto dei Pandora, musicisti capaci di richiamare atmosfere di ieri che però si replicano - con variazioni dovute al tempo che passa - finanche nella realtà musicale dell'oggi.


Ondarock scrive a proposito di Ten Years Like In A Magic Dream:

I Pandora ripercorrono la propria storia dal presente alle origini, dividendola in tre capitoli; il presente, caratterizzato da versioni alternative di quattro brani della loro precedente discografia cantati in lingua inglese; una fase intermedia che omaggia i giganti del miglior prog italiano, il Banco; infine i frammenti dal passato, un vero inno al prog che fu, quello che oggi definiamo classico ma che in origine era rivoluzione. 

 

Tra l'altro, gli amatissimi Genesis ricevono dai Pandora il posto d'onore che spetta loro grazie alla traccia "Turin 03.02.1974", dove viene ricordato uno dei concerti del tour italiano della band di Peter Gabriel & Co.


Continua Ondarock:

Il risultato è una sorta di festa progressive che - negli anni della scomparsa di Keith Emerson, Greg Lake, Francesco Di Giacomo e Chris Squire - non può che fare piacere. 

 

E infatti! Grandissimo album-tribute, che non dovrebbe mancare in nessuna collezione degli amanti del progressive... e della musica in generale!




Architetture Sonore (link 1)

Architetture Sonore (link 2)

 

Il Coronavirus e gli sforzi per dedicarsi alla costruzione di Architetture Sonore (sala prove, studio di registrazione e scuola di musica) hanno in pratica arrestato l'attività dei Pandora. Anche perché gli altri due membri (Grappeggia e Viruet) hanno deciso di imboccare altre strade.
Tuttavia, il prossimo capitolo del romanzo dei Pandora arriverà di sicuro...